Nella legge di Stabilità c’è una norma che potrebbe comportare l’obbligo per l’Italia di versare miliardi di euro su conti esteri come garanzia per le grandi banche d’affari con cui il Paese a metà anni novanta ha sottoscritto derivati per un valore di 160 miliardi di euro. A denunciarlo sono Adusbef e Federconsumatori, facendo riferimento a un articolo pubblicato dl portale Gli Stati Generali che ha rivelato le implicazioni di quanto previsto dall’articolo 33 del ddl ora all’esame della commissione Bilancio della Camera. Quell’articolo stabilisce infatti che il Tesoro sia autorizzato “a stipulare accordi di garanzia in relazione alle operazioni in strumenti derivati. La garanzia è costituita da titoli di Stato di Paesi dell’area dell’euro denominati in euro oppure da disponibilità liquide (…)”. Si tratta in pratica, spiegano Gli Stati Generali, di una clausola “che obbliga la parte su cui grava la perdita potenziale a garantire i pagamenti futuri sui contratti derivati attraverso un deposito di garanzia“. E oggi la parte “debitrice” è lo Stato italiano, perché il valore di mercato dei derivati, agli attuali tassi di interesse, è negativo per chi li ha in pancia. Morale: Roma, se la norma passasse, sarebbe tenuta a mettere sul piatto una somma a garanzia degli impegni presi conMorgan Stanley, Jp Morgan, Deutsche Bank e altre banche negli anni novanta. Quando il ministero dell’Economia, allora guidato da Carlo Azeglio Ciampi, ha fatto man bassa di derivati per portare il deficit all’interno dei severi parametri imposti ai Paesi che aspiravano a entrare nell’Eurozona.
Il “quantum” del deposito è difficile da calcolare, anche perché l’articolo della legge di Stabilità rimanda a un futuro decreto attuativo. Si parla comunque di una percentuale delle perdite potenziali. In un caso reso noto l’anno scorso da Repubblica eFinancial Times, un pacchetto di otto contratti derivati dal valore nozionale di 31,7 miliardi presentava nel 2012, quando furono ristrutturati a caro prezzo, perdite potenziali per 8,1 miliardi. Un quarto del totale. Dopo quell’allarme, ricorda il comunicato diffuso mercoledì, le associazioni per i diritti dei consumatori hanno presentato esposti-denunce a 10 Procure della Repubblica chiedendo anche di “sequestrare i contratti derivati i quali, analogamente a Santorini Alexandria del Monte dei Paschi di Siena, sono stati ristrutturati con perdite rilevanti per lo Stato”. La Procura di Roma “aprì un’inchiesta affidata al Pm Nello Rossi, di cui non si è saputo più nulla”.
Ora, invece, spunta una norma che non solo porterebbe miliardi nelle casse delle banche di investimento, ma attribuirebbe loro anche un privilegio del tutto inedito: gli istituti diventano creditori privilegiati dello Stato italiano, con la possibilità di rivalersi sui depositi di garanzia nel caso di un default sovrano. Mentre gli altri creditori, come tutti i piccoli risparmiatori italiani e le banche italiane che possiedono Btp, dovrebbero mettersi in fila. Il Regolamento europeo sui derivati entrato in vigore nel 2012, peraltro, esclude che una clausola del genere (in gergo Double way credit support annex) si possa applicare a contratti sottoscritti da Stati sovrani. Nella relazione illustrativa, spiega ancora Gli Stati Generali, il Tesoro scrive che “tale pratica operativa è già stata adottata da altri emittenti sovrani: ad esempio, è già attiva da tempo in Svezia, Portogallo e Danimarca ed è stata di recente introdotta dalla Bank of England”. Ma sono casi ben diversi: per Lisbona è stata una resa in una situazione di grave crisi, per Svezia e Danimarca un modo per risparmiare sugli oneri finanziari. Al contrario per l’Italia, oberata da un debito che l’anno prossimo toccherà il 133,8% del pil, equivarrebbe a dare un pessimo segnale sulla propria affidabilità creditizia.
Secondo Gli Stati Generali, però, quell’articolo (comparso quasi uguale anche nel collegato alla Stabilità 2014, ma poi stralciato) è caldeggiato dallo stesso Tesoro e in particolare dalla responsabile della direzione Debito pubblico Maria Cannata, che in via XX Settembre lavora fin dagli anni Novanta. Cioè l’epoca della sottoscrizione dei derivati. Le argomentazioni tecniche riportate nella Relazione fanno riferimento alle nuove regole di Basilea che obbligano le banche a considerare nei requisiti di capitale “le esposizioni creditizie generate da posizioni in strumenti derivati”. Una norma che “potrebbe tradursi in un disincentivonell’acquisto di titoli pubblici italiani con un impatto negativo sulla domanda che a sua volta può generare incrementi nei tassi”. In più sulle somme in deposito “sarà possibile negoziare con ogni controparte uno spread sui tassi monetari e, in caso questi ultimi siano negativi, un floor a zero”. Per cui “è verosimile pensare che possa esserci saldo positivo per lo Stato”. Peccato che per ottenerlo bisognerà dare in pegno la liquidità del Tesoro.