venerdì 29 giugno 2012

LA SVENDITA PROGRAMMATA DELLE SOVRANITA' - Gennaro Zezza

Il lavoro non è più un diritto lo schiavismo si.


Via libera definitivo dalla Camera dei deputati al ddl di riforma del mercato del lavoro, che ora è legge. I sì sono stati 393, 74 i contrari, 46 gli astenuti. Dopo le due votazioni di martedì, l’aula di Montecitorio ha votato la quarta e ultima fiducia chiesta dall’esecutivo. 

Monti aveva raccomandato di approvare la riforma prima del vertice Ue del 28-29 giugno, per mostrare che l’Italia non è solo un Paese con i conti in ordine, ma che ha anche approvato quelle «riforme strutturali» senza le quali la Germania non vuole cedere alla messa in comune delle garanzie sul debito. Il presidente del Consiglio ha anche aggiunto che, subito dopo il voto finale, scriverà al presidente del Consiglio europeo, per sottolineare i «progressi» dell’Italia nelle riforme strutturali.
  
Mario Monti ha fretta di dimostrare di essere un ubbidiente maggiordomo dei poteri forti internazionali. Ora potrà andare al vertice a testa alta, senza vergogna, perchè nel suo paese i diritti dei lavoratori sono stati drasticamente ghigliottinati per rendere concorrenziale i lavoratori italiani sul mercato schiavista del lavoro del sistema del capitale.
 
Ovviamente non si deve mettere in comune nessun debito, è solo un astruso giochetto per ridurre al minimo i diritti sociali, sostituendoli con la più competitiva e “moderna” legge della giungla.

Elsa Fornero, Ministro del Lavoro e delle Politica Sociali rispondendo alle critiche italiane ed estere sul suo ddl del “mercato del lavoro” ha così commentato in una intervista al Wall Street Journal:
 
Stiamo cercando di proteggere le persone, non i loro posti. L’attitudine delle persone deve cambiare. Il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio”.
 
Il ministro ha cercato poi di precisare il senso delle sue parole (così nell’originale: «We’re trying to protect individuals not their jobs. People’s attitudes have to change. Work isn’t a right; it has to be earned, including through sacrifice»): «Il diritto al lavoro non è mai stato messo in discussione come non potrebbe essere mai visto quanto affermato dalla nostra Costituzione. Ho fatto riferimento alla tutela del lavoratore nel mercato e non a quella del singolo posto di lavoro, come sempre sottolineato in ogni circostanza».
 
Su internet si è scatenato il putiferio.
 
Dico io, invece di indignarvi sul web perchè non scendete giù in strada? Non necessariamente a spaccare le vetrine, ma a parlare con il vostro vicino di casa. Iniziate ad aggregarvi, chiudete quel cesso di televisione, scambiatevi le vostre esperienze, le vostre conoscenze e i vostri sogni altrimenti se rimaniamo ognuno a casuccia con il suo computer ci distruggeranno.
 
Smantellano i diritti e lo stato sociale, vi meravigliate? Ancora?
 Elsa Fornero è un tecnico profumatamente pagato dalle élite finanziarie per sfaldare il walfare italiano. Sta solo eseguendo freddamente il suo compito.
 E’ una “figlioccia” dei banchieri: collaboratrice della Banca Mondiale ed ex Banca Intesa San Paolo. Cosa vi aspettavate? Pensate davvero che dei tecnici e/o un gruppo di uomini totalmente estraniati dalla realtà possa fare il bene del popolo? Ingenui.
 
La reazione dei camerieri dei banchieri è stata come sempre da premio nobel per il servaggio:
 
Mi congratulo pubblicamente con il ministro Fornero per la tenacia e determinazione mostrate nel portare a conclusione una riforma del mercato del lavoro che rappresenta, nelle condizioni date, un esempio di riformismo”. Con queste parole, Anna Finocchiaro, ha motivato in aula il voto favorevole del PD all’abolizione dell’articolo 18.
 
Ricordo che queste sono persone di “sinistra”, elette da voi popolo, per difendere i vostri diritti nelle sedi opportune. In realtà il Partito Democratico è il serbatoio politico dove si riversano tutti coloro i quali nella loro carriera professionale hanno seguito un determinato percorso tracciato dalla élite della grande finanza, un percorso di intellettualismo radical chic o un percorso di “normale” egoismo sociale smithiano mascherato da perfetto buonismo.
 
Queste sono i fatti, nudi e crudi.
 
Ora voglio condividere una mia personalissima riflessione.
 
L’Italia è una Repubblica basata sul lavoro“, così recita il primo articolo della Costituzione italiana. Scorrendo un paio di articolo più giù, articolo 4, possiamo leggere:  “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto“.
 
Diritto che mai è stato garantito a tutta la popolazione. Men che meno oggi, dove il regime del capitale globalizzato ha assorbito e caotizzato i basilari concetti di “civiltà”. Lo scrivo sinceramente, ad oggi, in questo sistema lavorare non è più un diritto garantito, ma un dovere da guadagnarsi con sangue e sudore, possibilmente a spese di qualcun’altro.
 
Esso diventa un finto diritto nel momento in cui il cittadino, o forse è meglio chiamare le “cose” con il proprio nome, il consumatore, inserito forzatamente, sin da bambino, in questo manicomio legalizzato, si accorge che senza la loro concessione del lavoro è destinato a soccombere, a deambulare vivacchiando di stenti, speranze e promesse non mantenute.
 
In un paese civile e progredito la vera lotta non dovrebbe essere contro il precariato o a difesa dell’art.18. La massa popolare dovrebbe pretendere che una stato di diritto fornisca la sussistenza necessaria ad ogni cittadino per vivere dignitosamente. Il lavoro dovrebbe essere una passione, un soddisfacimento per nobilitare il proprio essere e per esaltare il bene comune e non un mero appagamento individualistico di aspirazioni personali o la corsa sfrenata al raggiungimento dei falsi miti imposti dal neoliberismo relativista materialista.
 
Bisognerebbe sollevarsi contro la competitività, contro la produzione di massa di oggetti inutili, contro il lavoro schiavista che priva di una vita serena milioni di persone.
 
Oggi lavoriamo per comprarci case in cui non riusciamo a stare perchè dobbiamo lavorare per pagarle. Capite la follia di questo sistema? Acquistiamo merci e feticci tecnologici di dubbia utilità e/o comunque superflui, e per fare questo cediamo o promettiamo di cedere la nostra forza lavoro. Siamo schiavi moderni, lo sentite? E’ una maledettissima trappola!
 
Dobbiamo abdicare i principi cardine del sistema capitale, umilmente dobbiamo ricostruire noi stessi, il nostro sentire le ingiustizie degli altri come le nostre ingiustizie. Noi siamo una creature mostruose, figli di un sistema demoniaco, a cui ci siamo chinati in adorazione perpetua. Abbiamo rinnegato il nostro vero essere, fatto di altruismo, serenità e semplicità.
 
E’ ora di alzare la testa. E’ giunto il momento di combattere per le cose che valgono davvero. E’ l’ora di un nuovo umanesimo. Che questo sia solo un caos Prerinascimento! Usiamo questa crisi come l’occasione per scrollarci di dosso il pesante fardello della dittatura del capitale.
 
Rompiamo le catene. Torniamo umani.
 http://www.oltrelacoltre.com/?p=12664
 





venerdì 22 giugno 2012

POLITICA

mercoledì 21 marzo 2012

POLITICA

DI MARINO BADIALE E FABRIZIO TRINGALI
Le grandi Lobby finanziarie che controllano il F.M.I. La banca mondiale, la BCE e di conseguenza tutte le altre banche centrali private di cui la banca centrale italiana, hanno un solo scopo arricchirsi sempre di più, per fare questo inducono i paesi a rovinarsi tramite i loro “camerieri “ (i politici), inducendoli ad un consumismo spropositato e illudendoli con un ideale liberista, la dove è possibile introducendo sistemi psudo democratici elettorali, quali il maggioritario che in pratica è una dittatura del potere, vietando e non dando possibilità ad altre componente sociali di concorrere con un proprio partito. Indebitando gli Stati per poi proporgli dei prestiti a patto di riformare il sistema del walfare o di abolirlo, tagliare salari e pensioni, privatizzando tutto ciò che è possibile; ovviamente ci sarà chi è in grado di comprare e, questi non sono certo i lavoratori, con il trucco degli aiuti finanziari tolgono sovranità ai popoli e agli Stati, inducendo i loro “camerieri” (politici e partiti) a manovre finanziarie e economiche che impoveriscono le popolazioni (i ceti più bassi) tale da schiavizzarli. Questa Europa delle banche non è stata fatta per il bene comune, ma solo allo scopo di sfruttare le popolazioni. Credevo che il mio pensiero di una Europa dei Popoli fosse folle ma scopro che in questa follia ci sono altri compagni.

Petrus Marotta

1. Introduzione
Il tema dell’Europa diventerà uno dei punti cruciali della discussione politica in Italia nei prossimi mesi, perché le nuove regole europee in tema di finanza pubblica hanno conseguenze durissime per l’Italia. La discussione sul “che fare” di fronte a tali norme diventerà estremamente accesa quando il governo italiano comincerà ad agire secondo il loro dettato. Chi voglia combattere il degrado che attanaglia il nostro paese, e opporsi alla rovina cui ci porta l’attuale organizzazione economica e sociale, deve aver ben chiaro lo scenario che ci troveremo di fronte nel breve e medio periodo.
L’analisi che qui proponiamo inizia illustrando la recente riforma che il Consiglio europeo ha varato lo scorso 24-25 marzo. Gli accordi introducono nuove regole di governo delle finanze pubbliche dei paesi dell’Eurozona, con lo scopo di garantire la stabilità dell’Euro e di far ripartire la crescita del PIL nell’area Euro.

L’articolo è diviso in tre parti: nelle prima descriveremo i fatti, cioè spiegheremo le principali caratteristiche di questa riforma epocale, e le motivazioni che hanno spinto l’Europa a prendere tali decisioni.
Nella seconda ci soffermeremo sulle gravissime conseguenze sociali e politiche che i nuovi accordi comporteranno per il nostro Paese.
Nella terza discuteremo le possibili risposte politiche alla situazione descritta. In particolare affronteremo il tema di una possibile Europa diversa dalla attuale, cioè delle caratteristiche dell’Unione Europea di cui avremmo bisogno, che sono diametralmente opposte a quelle dell’attuale UE. Dopo aver discusso e criticato alcune proposte possibili, tireremo le logiche conclusione della nostra analisi, che anticipiamo qui: è necessario difendere il popolo italiano dall’attuale Unione Europea, promuovendo al più presto l’uscita del nostro Paese dall’Euro.


2. I fatti.
Il problema che le nuove regole europee si propongono di affrontare è quello del debito pubblico di alcuni paesi europei, i famigerati “PIIGS” (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). E’ noto che la crisi economica, iniziata nel 2007 negli USA e dilatatasi poi al mondo intero nel 2008, si è trasformata per questi paesi in possibilità di “crisi del debito sovrano”, cioè in una possibile incapacità di onorare il loro debito pubblico. I meccanismi di questo passaggio sono diversi nei vari paesi, perché diverse sono le situazioni di partenza e le loro storie rispettive. Si può comunque genericamente affermare che la causa prossima dei problemi è rappresentata in primo luogo dalla trasformazione dei debiti privati in debiti pubblici, tramite le diverse forme di aiuto al settore finanziario adottate dai diversi paesi, e in secondo luogo dalla crisi dell’economia reale, con drastica riduzione del PIL e con la necessità di spese anticicliche. Questa situazione ha generato una dinamica negativa del rapporto debito/PIL (in questa fase il parametro fondamentale) che si teme possa sfuggire al controllo. In questa realtà agiscono i timori degli investitori, che chiedono interessi sempre più alti per sottoscrivere le nuove emissioni di titoli di Stato dei paesi in difficoltà, uniti a manovre speculative che accentuano le difficoltà. Il risultato è che il debito continua a crescere, fino al rischio di insolvibilità.
Pertanto l’Unione Europea ha deciso di intervenire, promuovendo negoziati finalizzati alla stesura di un nuovo patto di stabilità e crescita.
I negoziati hanno portato alla riforma della governance europea, approvata il 24-25 marzo 2011. Ecco alcune delle novità principali:

A. Gli accordi stabiliscono obiettivi molto chiari, che i paesi membri sono tenuti a rispettare:
- pareggio di bilancio entro 5 anni
- riduzione del debito per un importo annuale pari ad un ventesimo della cifra eccedente il rapporto del 60 per cento fra debito e PIL
Il mancato rispetto di questi parametri darà luogo a sanzioni.

B. I Paesi in difficoltà potranno accedere a prestiti in base all’European Stability Mechanism[2].

C. Viene introdotto l’”Euro Plus Pact”. Si tratta di un patto per la competitività di stampo fortemente liberista, che impone agli stati membri di rivedere diversi aspetti della legislazione nazionale, prevalentemente nel campo del lavoro. Flessibilità, contenimento dei salari e della spesa pensionistica sono i capisaldi di questo pacchetto.

D. Viene varato il “Six Pack”: si tratta di sei proposte di legge, di cui gli stati membri hanno già avviato l’iter legislativo. Contengono diverse norme, prevalentemente finalizzate ad aumentare le sanzioni in caso di sforamento dei parametri di stabilità, e a rendere automatica la loro applicazione, attraverso il reverse mechanism (la Commissione Europea attiva automaticamente le sanzioni, a meno che il Consiglio non si pronunci diversamente).

E. Viene confermato il cosiddetto “Semestre Europeo”, varato nel 2010. Si tratta di una procedura di sorveglianza multilaterale dei bilanci nazionali, affidata ad una task-force presieduta dal presidente del Consiglio europeo. Lo scopo è rafforzare il coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri. Le raccomandazioni emesse devono essere recepite dagli stati membri. Prevalentemente si tratta di spinte alla liberalizzazione/privatizzazione, alla riforma del lavoro e al ridimensionamento della spesa per la previdenza sociale.
L’avvio del primo Semestre europeo quest’anno è stato segnato dalla ‘Annual Growth Survey’ della Commissione, pubblicata a gennaio, che ha messo in luce 10 azioni che l’Ue dovrà intraprendere nel 2011/2012. Tra di esse è prevista la riforma dei sistemi pensionistici[3].

L’insieme di queste norme garantisce agli organismi di Bruxelles una forte capacità di orientamento delle politiche economiche degli Stati nazionali, ai quali resta un margine di manovra molto ristretto.
Occorre inoltre notare che, accanto a queste misure già varate, si stanno elaborando misure ulteriori che toglierebbero agli Stati ogni residua forma di sovranità sull’economia. Il Presidente della BCE Trichet ha recentemente proposto che le autorità dell’Eurozona possano avere “il diritto di veto su alcune decisioni di politica economica a livello nazionale”[4]. In particolare, secondo Trichet, Bruxelles dovrebbe poter bloccare qualsiasi decisione di uno Stato che riguardi “le principali voci di spesa del bilancio e gli elementi essenziali per la competitività del Paese”.

Per avere un quadro completo della situazione, occorre però chiedersi quali siano le reali motivazioni che hanno spinto l’Europa a prendere queste decisioni. Per dare una risposta serve sapere chi è che detiene la maggior parte del debito pubblico dei paesi PIIGS, e cosa comporterebbe l’eventuale insolvenza (default) di uno Stato membro dell’Euro.
La maggioranza del debito italiano è in mano a banche e governi esteri: in base ai dati raccolti dal New York Times, la Francia ne possiede oltre un terzo. Importanti quote sono in mano anche a Germania e Gran Bretagna[5].
La situazione della Grecia è simile: buona parte del suo debito è in mano a stranieri, fra i quali la regione Lombardia e la stessa BCE, che possiede un portafoglio di titoli greci per un valore nominale di circa 50 miliardi di euro. Ovviamente i creditori esteri hanno interesse ad evitare il default di uno Stato di cui detengono grosse quantità di titoli, per evitare le perdite relative alla conseguente ristrutturazione del debito. Dunque sia la BCE, che gli stati creditori, hanno interesse a garantire la solvibilità dei paesi a rischio default. Al massimo potrebbero accettare una “ristrutturazione soft” del debito, come ambienti tedeschi sembrano suggerire per quanto riguarda la Grecia. Il principale scopo delle nuove regole europee, e delle politiche draconiane che queste imporranno al nostro Paese (e agli altri PIIGS), è semplicemente quello di proteggere gli investimenti degli stati economicamente più forti, e della stessa BCE.


3. Le conseguenze.
Quali effetti produrranno per il nostro Paese i vincoli della nuova governance europea?
Il già citato quaderno di approfondimento dell’ISPI[6] ci ricorda che il nuovo patto di stabilità e crescita obbliga gli Stati ad azzerare il deficit di bilancio in cinque anni e a ridurre il rapporto debito/PIL seguendo un programma stringente. “Per l’Italia, che ha un rapporto debito/PIL eccedente il 110%, questo implica una riduzione compresa fra due e tre punti percentuali di tale rapporto, almeno per i primi anni (…). Si tratta di un aggiustamento importante, pari in valore assoluto ad oltre 40 miliardi di euro l’anno”[7]. Tale importo potrebbe diminuire in presenza di una crescita significativa del PIL, mentre “minore sarà la crescita del PIL, maggiore sarà l’onere a carico della finanza pubblica, onere che potrebbe velocemente diventare insostenibile nell’ipotesi di un tasso di crescita non superiore all’1% annuo”[8].
Poche righe più avanti il quaderno ISPI citato smorza qualsiasi ottimismo, rilevando quanto sia poco credibile una previsione di crescita per l’Italia superiore all’1,5% annuo.
Dello stesso avviso è la Corte dei Conti, che nel rapporto 2011 sottolinea come, dopo la grande recessione del biennio 2008-2009, dal 2010 gli andamenti del PIL mostrano una tendenza al modesto aumento (+1.3%). Tuttavia “La fine della recessione economica non comporta il ritorno ad una gestione ordinaria del bilancio pubblico, richiedendosi piuttosto sforzi anche maggiori di quelli finora accettati. Tanto più che va tenuto conto delle implicazioni dell’inasprimento dei vincoli europei, ed in particolare della nuova regola, assistita da apposita sanzione di tipo praticamente automatico, secondo la quale i paesi che registrano un rapporto fra debito pubblico e prodotto superiore al 60% dovranno ridurre lo scarto fra il dato effettivo e questo valore-soglia di un ventesimo all’anno (del 3% all’anno, pari, oggi, a circa 46 miliardi nel caso dell’Italia)”[9].
La Corte prosegue la sua analisi descrivendo uno scenario inquietante: “Le simulazioni presentate nel Rapporto segnalano, a tal riguardo, come, con l’ipotizzata continuazione di tassi di crescita molto modesti, il rispetto dei nuovi vincoli europei richieda un aggiustamento di dimensioni paragonabili a quello realizzato nella prima parte degli anni novanta, per l’ingresso nella moneta unica. A differenza di allora, però, gli elevati valori di saldo primario andrebbero conservati nel lungo periodo, rendendo permanente l’aggiustamento sui livelli della spesa”.
Dunque le misure che si renderanno necessarie per il rispetto dei parametri europei possono essere paragonate a quelle che furono adottate per ottenere l’ingresso nell’Euro. Ma con una importantissima differenza: la fase di aggiustamento dei conti pubblici precedente all’ingresso nella moneta unica fu relativamente breve, temporalmente circoscritta. La fase nella quale stiamo per entrare, invece, si protrarrà per un tempo indefinito, sicuramente molto lungo.
Da questa dilatazione del periodo di difficoltà, emerge un problema cruciale, che molti studiosi mettono in rilievo: manovre di queste dimensioni, protratte per anni, avranno un profondo effetto depressivo. Andranno cioè a incidere negativamente sulla crescita del PIL, che già si prevede stentata. Se succederà questo, allora gli obiettivi fissati (che, ricordiamolo, riguardano il rapporto debito/PIL) potrebbero essere molto più lenti da raggiungere del previsto, o addirittura rivelarsi non raggiungibili: se diminuisce il debito ma contemporaneamente diminuisce anche il PIL, il rapporto fra i due può benissimo restare costante o anche aumentare. Sembra sia questo lo scenario che si profila per la Grecia: manovre durissime che abbattono il debito ma anche l’economia, cosicché il rapporto debito/PIL non diminuisce. Questo rende necessarie altre manovre, che a loro volta abbattono ulteriormente il PIL, e così via, in una spirale depressiva dalla quale non si vede via d’uscita[10].
E’ dunque probabile che le manovre di riduzione della spesa pubblica che l’UE intende imporci non avranno gli effetti previsti in termini di riduzione del rapporto debito/PIL.
Come se non bastasse le UE continuerà a spingere perché gli Stati assumano politiche di stampo iperliberista. E nel prossimo futuro potrà sostanzialmente imporle, tramite gli strumenti introdotti dalle nuove regole. Scorrendo diversi documenti prodotti da vari organismi dell’Unione, emerge che alcuni dei provvedimenti ritenuti necessari per il rilancio della crescita sono i seguenti:

A. Ancorare i salari alla produttività aziendale, cancellando o ridimensionando il peso dei contratti nazionali di lavoro.

B. Riformare ulteriormente le pensioni (aumentando l’età pensionabile e diminuendo ulteriormente il rapporto tra contributi versati e valore della pensione percepita).

C. Realizzare privatizzazioni.

Ricordiamo che in base all’ European Stability Mechanism, in caso di rischio default l’eventuale prestito di salvataggio sarà vincolato ad un pacchetto di riforme decise dai tecnocrati europei.
Lo scenario che ci aspetta è quello di una progressiva perdita di sovranità nazionale a favore della UE, finalizzata all’implementazione delle fallimentari politiche liberiste da essa imposte.

E’ facile prevedere gli effetti sociali di tutto questo. Si tratta di misure che costringeranno a tagliare drasticamente la spesa destinata alla salute, alla scuola, ai servizi sociali. Gli enti locali subiranno ridimensionamenti ai bilanci ben maggiori di quelli già realizzati, trovandosi costretti a tagli draconiani ai servizi pubblici, con fortissime ricadute negative per le condizioni di vita di tutti noi. La scuola e l’Università subiranno ulteriori tagli, a partire da una situazione come quella attuale, nella quale esse sono già sostanzialmente al limite della sopravvivenza. L’attacco ai diritti dei lavoratori continuerà, secondo la linea scelta in Italia da Marchionne. Il lavoro sarà sempre più precario. La depressione economica rafforzerà il drammatico problema della disoccupazione, mentre le famiglie avranno sempre maggiori difficoltà a fungere, come hanno fatto finora, da sostituti del Welfare State.
La conseguenza sarà la cancellazione di ogni residua forma di Stato sociale, un ulteriore e drammatico aumento della disoccupazione e del lavoro senza diritti, la drastica diminuzione delle condizioni di vita di larghissimi strati della popolazione.
Una delle conseguenze dell’impoverimento materiale e culturale che ne risulterà, sarà che l’Italia non sarà più in grado di competere sui segmenti del mercato ad alta specializzazione.
Quale potrà essere il ruolo del nostro paese, di questa Italia impoverita e depressa, all’interno dell’Europa? Sarà probabilmente quello di fornire una riserva di forza lavoro dequalificata e sottopagata; di fungere da discarica per i rifiuti della parte più forte dell’Europa, e da fornitrice di servizi finanziari occulti tramite le nostre mafie.
Quello che stiamo delineando è lo scenario di una profonda involuzione che renderà il nostro paese in sostanza un paese del Terzo Mondo[11].


4. Reazioni possibili.
Dopo aver descritto la situazione e i suoi esiti più probabili, è naturale sollevare la questione del “che fare”. Come opporsi al degrado e alla decadenza che si prospetta per l’Italia? Se si assume di continuare a rimanere nella moneta unica, vi sono due possibilità: in primo luogo, impegnarsi per impostare una battaglia politica a livello europeo finalizzata a cambiare le direttive di politica economica dell’UE, in secondo luogo ottemperare a ciò che ci viene imposto cercando però di adottare misure di segno sociale opposto a quello che è probabile aspettarsi, per esempio aumentando le imposte che gravano sui ceti abbienti o recuperando risorse con la lotta all’evasione fiscale e all’economia sommersa. Discutiamo allora queste due possibilità.

4.1. La lotta per “un’altra Europa”. L’idea di lottare per una “Europa diversa”, un “Europa dei popoli” contrapposta all’attuale “Europa della banche”, rappresenta come è noto uno slogan molto diffuso nella sinistra dei vari paesi europei. Ma nonostante esso abbia rappresentato il riferimento generale di molti movimenti e partiti, fin dalla nascita dell’UE, in tutti questi anni non è stato fatto nessun passo significativo non solo nella costruzione della fantomatica “altra Europa”, ma neppure nella costruzione di un serio movimento dei popoli europei di opposizione all’Europa attuale. Crediamo che sia tempo di chiedersi i motivi di questa assenza. Chi sostiene la possibilità di restare nell’UE per impostare una battaglia di cambiamento, ha il dovere di indicare quale sia il soggetto sociale di riferimento per tale battaglia. Chi dovrebbe lottare per “un’altra Europa”? La risposta ovvia dovrebbe essere “i ceti subalterni dei vari paesi europei” (a seconda delle preferenze ideologiche, al posto dei “ceti subalterni” si possono ovviamente mettere “la masse popolari”, “i ceti dominati”, “il proletariato”, e così via). La questione fondamentale diventa allora la seguente: i ceti subalterni dei vari paesi europei hanno la capacità politica, l’unità culturale, la solidarietà ideale necessarie per una simile lotta comune a livello europeo? L’esperienza di quasi vent’anni di UE ci dice che la risposta è NO. La questione fondamentale è appunto che non esiste un popolo europeo, esistono tanti popoli europei divisi fra loro prima di tutto dalla lingua e poi da culture e modi di vita. L’incapacità di una azione comune dei popoli europei appare in tutta la sua evidenza in relazione alla vicenda dell’attuale crisi economica greca. Non si vede nessuna forma di solidarietà popolare europea con il popolo greco, sottoposto in questi mesi ad un micidiale attacco che ne insidia i diritti e le condizioni di vita. Una reazione popolare europea sarebbe ovvia, se i popoli europei fossero uniti da due legami fondamentali: in primo luogo un legame emotivo di solidarietà umana, in secondo luogo il senso di un interesse e di un destino comuni. Sono questi i due elementi che fanno di un insieme generico di persone un collettivo (“massa”, “popolo”, “classe”) capace di un’azione politica comune. La crisi greca mostra con chiarezza come questi due elementi manchino totalmente ai popoli europei. Non c’è nessun moto spontaneo di solidarietà con il popolo greco. Nessun segnale di vicinanza al movimento popolare che in Grecia cerca di opporsi alle scelte imposte dalla UE e dal Fondo Monetario Internazionale, e che ha già prodotto diversi scioperi generali molto partecipati. Ciò significa che nessuno sente i greci come i propri simili e fratelli, nessuno percepisce una forma di empatia nei loro confronti. Sembra piuttosto prevalere l’indifferenza o addirittura la riprovazione per le “cicale greche” che hanno finora “vissuto al di sopra dei loro mezzi”. Ma ciò che più colpisce è che, se manca l’elemento di “solidarietà empatica”, manca addirittura quello della considerazione dei propri interessi. Sappiamo che la crisi greca è solo il primo effetto dell’attacco complessivo ai ceti popolari di molti paesi europei (appunto i famosi PIIGS, ma non solo). La solidarietà nella lotta dovrebbe scattare, se non per empatia, almeno per freddo calcolo di opportunità: sarebbe infatti nell’interesse di tutti i popoli minacciati bloccare l’aggressione nella sua fase attuale, prima che inizi ad attaccare direttamente gli altri popoli. Il fatto che questo non succeda è la prova dell’incapacità di azione politica comune dei popoli europei in questa fase storica.
Chi auspica un movimento europeo che cambi il volto della UE non ha dunque un referente sociale per l’azione politica che chiede. O almeno, se ce l’ha, non è quello più ovvio, appunto i ceti subalterni dei vari paesi europei. Si potrebbe infatti pensare che un referente sociale dopotutto vi sia. Vi è infatti nella realtà europea uno strato sociale capace di azione politica e culturale a livello europeo: si tratta delle élites, dei ceti dirigenti. Per essi infatti non valgono le linee di divisione che impediscono ai popoli europei di essere un popolo: le élites hanno una lingua comune (l’inglese internazionale), stili di vita simili (dominati dai viaggi e dallo scarso radicamento in un singolo paese), ideologie comuni (l’accettazione del capitalismo come unica realtà pensabile, che può essere poi declinato in versioni più “di sinistra” o più “di destra”). Sono quindi le élites, e solo esse, che in questa fase sono capaci di un’azione comune a livello europeo. E’ a queste élites che ci rivolgiamo, nei fatti, se proponiamo di riformare la UE. E allora si capisce bene il fallimento di quindici anni di slogan su “un’altra Europa”: questa Europa è esattamente quella voluta dalle élites, rivolgersi a loro per chiedere un cambiamento significa parlare a vuoto.

4.2. Risorse per pagare il debito. Un’altra possibile linea di azione potrebbe essere quella di ottemperare alle richieste che derivano dalle nuove regole europee in primo luogo scaricandone il peso sui ceti privilegiati, realizzando quindi quella giustizia fiscale che da molto tempo manca in Italia, e in secondo luogo colpendo l’evasione fiscale, le ricchezze della criminalità, gli sprechi e la corruzione che fanno sperperare denaro pubblico.
Si tratta di una proposta che ha una sua ragionevolezza. Certamente qualche decisione indirizzata ad una maggiore equità fiscale potrebbe essere presa. Per esempio è possibile che alcuni Paesi come l’Italia, che ancora non hanno una tassa sui grandi patrimoni, la introducano.
Altresì è possibile un recupero di risorse dall’evasione-elusione fiscale e dall’economia sommersa, fenomeni che nel nostro Paese riguardano circa il 15% della ricchezza prodotta, e causano un mancato gettito molto elevato, stimato intorno al 7% del PIL, pari a circa 100 miliardi di Euro[12]. Altri significativi risparmi si potrebbero ottenere tagliando drasticamente le spese militari.
Le prime osservazioni critiche su questa proposta sono le seguenti: ci si può chiedere se tali risorse sarebbero sufficienti ad ottemperare alle richieste europee, e occorrerebbe una discussione approfondita e l’intervento di studiosi competenti per approfondire la questione. Si può in secondo luogo osservare che né la UE, né le altre istituzioni internazionali sono particolarmente interessate a misure di questo tipo[13].
Ma l’obiezione principale che intendiamo svolgere a questa tesi è di un altro tipo. In primo luogo dobbiamo riprendere il tema dell’origine delle difficoltà attuali. E’ vero infatti, come dicevamo all’inizio, che la causa prossima è la crisi finanziaria ed economica iniziata nel 2008. Ma esistono cause più lontane. L’Italia mostra da tempo un andamento negativo di alcuni fondamentali indicatori economici, in particolare la crescita del PIL e quella della produttività[14]. Ciò significa in sostanza che l’Italia è poco competitiva nella lotta internazionale per i mercati. Ora, in questa situazione la creazione di un mercato unico per merci e capitali e la creazione di una moneta unica sono evidentemente mosse che danneggiano il nostro paese. La libera circolazione delle merci fa perdere alle nostre produzioni il mercato interno, l’aggancio alla moneta unica rende impossibile ricorrere alla svalutazione per recuperare competitività. Essere agganciati alla stessa moneta di economie tanto più forti e competitive, come quella tedesca, è un evidente svantaggio. La moneta che va bene alla Germania non può andare bene a paesi come l’Italia, la Grecia o il Portogallo[15]. La competitività dell’industria tedesca toglie spazio alle industrie dei paesi deboli, che, costretti dall’euro, non possono ricorrere alla svalutazione[16]. Si creano così squilibri che possono venire coperti per un certo tempo, soprattutto in presenza di una situazione economica internazionale positiva, ma che diventano esplosivi al sopraggiungere di una crisi. Come spiega bene lo studioso Vladimiro Giacché in una intervista[17], la crisi di paesi come Italia, Grecia e Portogallo, “è infatti una cronica crisi di solvibilità, perché hanno un deficit strutturale nei confronti dell’estero, una bilancia commerciale pesantemente negativa. Detto in parole povere, consumano da anni più di quanto producono. Un deficit che per di più, invece di ridursi, aumenta. Quando succede questo, è inevitabile che una o più categorie di agenti economici (…) accumuli debiti: si può trattare del settore privato (famiglie e imprese) o si può trattare del settore pubblico, o anche di entrambi”. Il deficit strutturale nella bilancia commerciale di cui parla Giacché è appunto legato al fatto che in presenza di una stessa moneta, le aree più forti inevitabilmente sottraggono mercati, anche interni, alle aree più deboli[18].
Ci sembrano chiare le conseguenze di tutto questo: se si vuole rimanere nell’UE non basta mobilitare tutte le risorse possibili per abbattere debito e deficit, occorre sopratutto un radicale rinnovamento della struttura produttiva del paese, dei rapporti di lavoro, delle realtà istituzionali, per rendere l’Italia competitiva rispetto alla Germania (e agli altri paesi del nordeuropa). Se non si fa questo i problemi si ripresenteranno, magari in altra forma. Ci sembra allora che questa realtà permetta di elaborare tre obiezioni contro la proposta che stiamo discutendo. Le mettiamo in ordine (crescente) di importanza:

A. In primo luogo le risorse da mobilitare diventano davvero ingenti, e diventa più pressante il problema se per ottenerle basti colpire i ceti privilegiati oppure non diventi necessario colpire anche i ceti subalterni.

B. In secondo luogo è chiaro che impostare un’opera di radicale trasformazione del paese del tipo indicato preclude qualsiasi altra possibilità. Noi siamo convinti che la società umana possa salvarsi dalle crisi epocali che ci aspettano solo uscendo dal dogma della crescita economica indefinita che ha dominato le società industriali negli ultimi due secoli. Riteniamo quindi che sia necessario avviare il nostro paese su un percorso di decrescita razionalmente controllata. Ma è chiaro che nell’ottica della proposta che stiamo discutendo, questa transizione è impossibile[19]. Se dobbiamo radicalmente ristrutturare il paese per competere con la Germania (e rimanendo nell’UE, come abbiamo spiegato, non c’è altra scelta, pena il ripresentarsi nel medio periodo di problemi simili agli attuali), è chiaro che non possiamo contemporaneamente avviare l’Italia sul percorso della decrescita, perché non ci saranno le risorse per fare entrambe le cose, e soprattutto perché non si può contemporaneamente fare una cosa e il suo contrario, lottare per la crescita e lottare per la decrescita.

C. In terzo luogo, è necessario sottolineare che l’estensione dei fenomeni da contrastare, nell’ottica della proposta che stiamo discutendo, è tale che un intervento strutturale in questo campo costituirebbe una vera e propria rivoluzione. Il nostro Paese necessita di serissime riforme in materia fiscale e tributaria, e in tema di trasparenza e controlli. Ma soprattutto occorre sottolineare che nessun risultato importante potrà essere raggiunto senza sciogliere i legami fra politica ed affari, rivedere le norme che regolano gli appalti, distruggere la criminalità organizzata, risolvere i conflitti di interesse. Conoscendo ciò che è la classe dirigente italiana, il suo sostanziale illegalismo, i perversi intrecci di affari e potere che la caratterizzano, è chiaro, ripetiamolo, che questo è il programma di una rivoluzione. Ma se si propone la rivoluzione bisogna avere chiaro il soggetto sociale al quale ci si rivolge e gli obiettivi che a questo vengono proposti. Il soggetto sociale dovrebbe essere l’insieme dei ceti subalterni italiani. Ma quale obiettivo ci si propone? In sostanza l’obiettivo che abbiamo delineato è quello di cercare di non rimanere indietro nella competizione globale che è tipica del capitalismo neoliberista globale che conosciamo da tre decenni. Ma sappiamo che questa competizione ha costi altissimi per i ceti subalterni, che devono rinunciare ai diritti conquistati nella fase precedente (quella socialdemocratico-riformista del secondo dopoguerra). La vicenda degli “strappi” al contratto nazionale dei metalmeccanici imposti dalla FIAT negli ultimi mesi è indicativa di cosa significhi competere sul mercato globale. Ne risulta che la conseguenza logica della proposta che stiamo discutendo è quella di chiedere ai ceti subalterni del nostro paese di impegnarsi in una lotta rivoluzionaria contro gli attuali ceti dirigenti, con tutti i rischi che questo comporta, per trovarsi poi, come adesso, a non avere nessuna garanzia e nessun diritto, perché tutti i diritti e tutte le conquiste possono essere revocate se diventano di ostacolo alla competitività. E’ chiaro che c’è qui una profonda contraddizione: si può chiamare un popolo alla rivoluzione solo prospettando un profondo cambiamento sociale, non la continuazione dello stesso modello “messo in sicurezza” dal punto di vista dei conti pubblici. Le rivoluzioni si fanno per cambiare la vita, non per fare contenti Trichet o Draghi.



5. Per un’altra Europa: uscire dall’UE.
La discussione precedente non lascia nessuno spazio a proposte politiche che permettano all’Italia di restare nell’UE evitando il massacro sociale che le nuove norme ci minacciano. La conclusione diventa inevitabile: se vogliamo evitare la degradazione irreversibile del paese, la sua “terzomondizzazione”, occorre uscire dall’euro e dall’UE, e contemporaneamente rinegoziare il nostro debito pubblico. Non si tratta di scelte facili, lo sappiamo benissimo. L’uscita dell’euro comporterebbe problemi gravissimi. Ma si tratta di problemi che possono essere affrontati e superati. Il permanere nell’euro comporta invece la degradazione irreversibile del tessuto sociale e civile del paese. Per capirci con una metafora, si pensi al supplizio medioevale della ruota: il condannato veniva legato ad una grande ruota e gli venivano spezzate le ossa a colpi di mazza. Veniva lasciato lì ad agonizzare fra sofferenze atroci per un po’, poi veniva finito con un colpo di mazza allo sterno. Ora, immaginiamo che un condannato a questo terribile supplizio abbia la possibilità di fuggire saltando da una finestra (sotto la quale lo aspettano persone amiche per portarlo in salvo) correndo però in questo modo il rischio di rompersi una gamba. Chiunque sceglierebbe di saltare. Il nostro paese si trova nella stessa situazione. Se rimaniamo nell’euro saremo sottoposti a un supplizio terribile, con pesantissimi e ripetuti colpi che ci spaccheranno le ossa. Se usciamo dall’euro corriamo il rischio di romperci una gamba. Il che non è piacevole, ma è cosa dalla quale si può guarire in tempi ragionevolmente brevi.
E’ ovvio quello che ci conviene scegliere: meglio la finestra.
L’uscita dall’Euro va naturalmente pensata a fondo. Le recenti esperienze di altri paesi possono aiutarci a ridurre di molto le difficoltà connesse alla ristrutturazione del nostro debito pubblico, e alla conseguente svalutazione della moneta. Andranno studiate le misure prese nel corso dell’attuale crisi dall’Islanda, che ha scelto di far fallire le banche private indebitate e di svalutare la propria moneta, e soprattutto le misure prese dall’Argentina all’inizio degli anni 2000, quando prese la decisione di sganciare la propria moneta dal dollaro. Fra le misure che potranno essere prese, possiamo elencare, a titolo puramente indicativo: la temporanea limitazione della quantità di denaro contante prelevabile dai conti correnti, per evitare la “corsa agli sportelli”; programmi di austerità sui beni importati, in modo che l’inevitabile svalutazione abbia il minor effetto possibile; misure di protezione delle industrie esportatrici, per mantenere un buon settore dedito all’esportazione che permetterà di rendere meno dura la svalutazione[20].

La proposta di uscita dall’UE suscita in molte persone una certa resistenza. Sembra che si veda in questa idea una sorta di chiusura nei confronti del mondo globalizzato o il ritorno a un nazionalismo aggressivo o autarchico. Si oppone a questa idea la proposta di restare nell’UE per cambiarla e costruire “un’altra Europa”. Abbiamo già criticato questa idea. Siamo però d’accordo con l’idea che avremmo bisogno di “un’altra Europa”. Il che non è in contraddizione con la proposta di uscita dall’UE. Anzi, l’abbandono dell’attuale Unione Europea rappresenta la precondizione necessaria per la costruzione di un’Europa alternativa.
I rapporti internazionali, le relazioni politiche ed economiche fra Stati, esistono da quando esiste lo Stato, certamente da prima della costruzione della UE, che è una delle possibili forme di questi rapporti, non certo l’unica realizzabile. L’uscita dall’Unione quindi non implica automaticamente nessuna chiusura verso l’esterno.
Forse un paragone storico può chiarire ciò che intendiamo. E’ noto che i Partiti Comunisti del Novecento avevano una fortissima dimensione internazionale, tanto che la struttura che per un certo periodo li ha coordinati si chiamava “Terza Internazionale”. E’ noto altresì che l’ideologia comunista aveva come principio dogmatico quello che nella società comunista si sarebbe estinto lo Stato, e l’umanità comunista si sarebbe unita in un abbraccio fraterno al di là dei vincoli delle frontiere. D’altra parte, sappiamo che il movimento comunista del Novecento appoggiò fortemente le lotte di liberazione dei popoli del terzo mondo dal giogo degli imperi coloniali. Ora, è chiaro che tali lotte avevano come ovvio effetto pratico, se fossero risultate vittoriose come di fatto lo furono, la creazione di nuovi Stati, di nuove frontiere nazionali. Si potrebbe allora pensare che ci fosse una contraddizione nelle politiche dei partiti comunisti: partiti “internazionali” che avevano l’abolizione dello Stato fra i propri obiettivi, e lottavano però per far nascere nuovi Stati. E’ chiaro però che un simile rilievo appare molto ingenuo: gli ideali di fratellanza, di pace, di superamento della barriere, perdono ogni valore, e diventano una ignobile ipocrisia, in una situazione di sfruttamento e di sottomissione come è la situazione coloniale. In quella situazione la creazione di barriere nazionali era un necessario elemento di difesa della dignità e della cultura dei popoli colonizzati. Solo ripristinando una condizione di reale uguaglianza potevano essere resi concreti gli ideali di fratellanza. Il che passava anche attraverso la costruzione di nuovi Stati. La posizione dei partiti comunisti era dunque del tutto ragionevole, e ingenua e astratta l’obiezione che abbiamo indicato. Al pari dell’idea che uscire dall’attuale UE sia in contraddizione con la volontà di costruire una Europa alternativa. Abbiamo documentato che il permanere nell’UE comporta rischi gravissimi di distruzione del tessuto sociale e civile di questo paese. In questa situazione, come si può pensare di parlare di fratellanza fra i popoli europei? Un’Italia impoverita, incarognita, dove solo le mafie riusciranno a garantire un minimo di coesione sociale, come potrebbe dare un contributo di civiltà ad un’Europa diversa dall’attuale? Esattamente come i popoli colonizzati avevano bisogno di staccarsi dagli Imperi coloniali e di costruirsi i loro Stati, per cercare poi forme di collaborazione internazionale su basi di parità, allo stesso modo l’Italia deve staccarsi dall’UE per salvare il proprio tessuto sociale, e cercare poi forme di collaborazione con gli altri popoli europei su basi di parità.


6. I contorni dell’Europa che vogliamo.
E’ difficile disegnare nel dettaglio i contorni di un’Europa alternativa a quella attuale, tali da renderla davvero una libera ed indipendente unione dei popoli che la compongono. Tuttavia, senza nessuna pretesa di essere esaustivi, possiamo elencare alcune delle caratteristiche che ci sembra non possano mancare in un eventuale processo di integrazione europeo democratico e funzionale alle necessità dei cittadini.

Il primo elemento riguarda le istituzioni democratiche dell’Unione.
Ad oggi solo i membri del Parlamento Europeo vengono eletti dai cittadini, ed hanno ben pochi poteri reali. La maggior parte delle decisioni vengono prese dalla Commissione o da altri organismi, quali l’Eurogruppo, l’Ecofin o la BCE. Quel che manca è un sistema dichecks and balances che garantisca un efficace controllo democratico sugli organismi esecutivi. Così come manca la garanzia che la BCE agisca in modo indipendente dagli interessi privati. Il capitale della BCE è distribuito fra le banche centrali nazionali, il cui capitale spesso è in mano privata, come in Italia. Dunque anche la BCE è di fatto privata.
Questi elementi sono in forte contrasto con qualsiasi idea di Europa democratica, che non sia mero strumento nelle mani di gruppi economicamente forti. Dunque una Unione che abbia a cuore gli interessi dei popoli che la compongono dovrà avere una Costituzione democratica, ed organismi assolutamente indipendenti dagli interessi privati.

Il secondo elemento riguarda la possibilità di operare liberamente e senza condizionamenti scelte in materia economica. Compresa la possibilità di optare per misure protezionistiche che consentano di salvaguardare le condizioni del mercato interno, al fine di rompere il circolo vizioso della concorrenza globale, che porta alla costante diminuzione dei salari e al peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, in nome della competitività.

Un terzo elemento riguarda il raggiungimento da parte dell’Europa di una maggiore indipendenza energetica. Dipendere dalle importazioni di materie prime energetiche, vuol dire non essere liberi di implementare politiche economiche autonome, perché sarà sempre necessario scendere a patti con i fornitori. La situazione in questo campo è estremamente difficile. Per soddisfare il proprio fabbisogno, l’Europa dipende per oltre il 50% dalle importazioni di idrocarburi dall’estero, mentre l’Italia supera l’85%[21]. La soluzione non può essere la costruzione di centrali nucleari. Al di là dei gravissimi problemi derivanti della poca sicurezza degli impianti, dall’inquinamento e dello smaltimento delle scorie, l’energia atomica non risolve il problema della dipendenza dall’estero: i Paesi europei dispongono di pochissimo uranio, dunque la costruzione di nuove centrali nucleari comporterebbe un ulteriore aumento delle importazioni. Non resta che puntare fortemente sulle energie rinnovabili. Tutti i Paesi europei dovrebbero moltiplicare gli sforzi a favore dello sviluppo delle energie pulite e della ricerca nel campo delle tecnologie ad esse collegate. Tuttavia, anche se ciò avvenisse, le rinnovabili non potrebbero coprire l’attuale fabbisogno di energia, almeno nel medio periodo. E’ necessario impostare politiche in grado di realizzare una forte riduzione della domanda. Occorre consumare meno energia. Molta meno di quanta ne consumiamo oggi. Il che è necessario anche per abbattere le emissioni di CO2, ed uscire dall’emergenza ecologica che sta mettendo a rischio la stessa sopravvivenza del pianeta.

Il quarto elemento riguarda la difesa. I Paesi europei hanno necessità di una alleanza politica e militare (difensiva) che garantisca la loro piena indipendenza dall’esterno. Un’Europa sufficientemente forte sul piano internazionale potrebbe anche svolgere un ruolo attivo per temperare le mire imperialiste e gli atteggiamenti guerrafondai delle potenze affermate (gli USA) e di quelle emergenti, come la Cina.
Perché l’Unione Europea possa svolgere questo ruolo sono necessari almeno due elementi. In primo luogo, occorre che l’Europa sia in grado di implementare una propria politica internazionale, unitaria ed indipendente. In secondo luogo, occorre che l’Europa non diventi essa stessa una potenza a carattere imperialista. Nel qual caso sarebbe sì autonoma, ma parteciperebbe al caos mondiale entrando in competizione con le altre potenze per l’accaparramento delle materie prime, in particolare energetiche.
Per quanto riguarda il primo punto, occorre sottolineare che l’attuale UE non è in grado di assumere nessun ruolo nello scacchiere internazionale. L’attuale assetto che caratterizza l’Europa è proprio quello di cui hanno bisogno le potenze: una tecnocrazia incentrata esclusivamente sulla dimensione economica, incapace di produrre una politica estera unitaria. La UE non ha un proprio sistema di difesa, né un esercito, e non a caso di fronte alle guerre degli ultimi tempi, i paesi europei si sono costantemente divisi, con geometrie sempre inedite, non mostrando mai la capacità di proporre soluzioni comuni alle controversie internazionali.
Per quanto riguarda il secondo punto, c’è davvero da augurarsi che questa Europa non diventi una potenza. Data l’enorme dipendenza di materie prime energetiche che la caratterizza, essa sarebbe tentata di risolvere il problema nel modo tipico delle potenze: la guerra. L’Europa diventerebbe l’ennesima potenza politico-militare presente sullo scenario internazionale, provocando un ulteriore aumento del rischio di conflitti terrificanti, finalizzati all’accaparramento delle limitate risorse energetiche disponibili (soprattutto petrolio e gas).
Riassumendo: l’Europa, per garantire la proprio sicurezza e per diventare capace di assumere un ruolo significativo sul piano internazionale, ha bisogno di implementare una politica estera comune. Ed ha bisogno di dotarsi di un proprio esercito e di un proprio sistema di difesa. Se però questo avvenisse all’interno dell’attuale UE, l’Europa si trasformerebbe immediatamente in una potenza militare aggressiva, affamata di materie prime energetiche. La dipendenza dalle importazioni di idrocarburi sarebbe la stessa di oggi, ma la forza militare di una Europa politicamente coesa e dotata di un esercito cambierebbe lo scenario internazionale in modo estremamente pericoloso.

Dunque è solo rimettendo in discussione i fondamenti dell’attuale UE che è possibile riaprire il confronto su una nuova forma di alleanza politica, economica e militare. Per pensare ad una Europa di pace e di cooperazione fra i popoli, è necessario liberarsi dai condizionamenti dell’Ecofin, del patto di stabilità e crescita, del “Semestre Europeo”. E’ necessario rompere i legami con l’Unione, e lanciare un progetto di aggregazione fra Stati radicalmente nuovo, basato sulla volontà di implementare una comune politica estera di pace e cooperazione internazionale.
L’unica possibilità per farlo è abbandonare per sempre le politiche liberiste e l’inseguimento della “crescita”. Quel che serve è coordinare politiche decresciste, in particolare di forte diminuzione del fabbisogno di idrocarburi. Pace ed ecologia non possono essere separati. Sono entrambi aspetti di un unico disegno di equilibrio fra Stati, popoli e natura.
Ma tutto questo non può essere fatto all’interno dell’attuale UE, che è totalmente indirizzata verso la crescita economica, e che non può essere cambiata, per i motivi che abbiamo indicato.
In definitiva, chi voglia davvero un’Europa diversa, democratica, pacifica e indipendente, non può che chiedere l’uscita da questa Europa.

Genova, giugno 2011.
Marino Badiale e Fabrizio Tringali
Fonte: www.megachip.info Link: http://www.megachip.info/tematiche/kill-pil/6342-meglio-la-finestra-liberarci-dalleuro-per-unaltra-europa.html
17.06.2011
[1] Gli autori ringraziano Massimo Bontempelli per numerose conversazioni sui temi qui svolti. Ogni errore o imprecisione è ovviamente responsabilità degli autori.
[2] “L’ESM, di comune accordo con il Fondo monetario internazionale, sarà in grado di concedere dei prestiti ai paesi dell’Eurozona in difficoltà, ma a condizioni ben precise, ovvero a seguito di un piano di austerità e di riforma delle finanze pubbliche. [...] L’ESM verrà attivato solo a seguito di una decisione unanime dei paesi e come ‘ultima ratio’, ovvero solo in caso in cui la stabilità dell’euro sia concretamente minacciata”. Citiamo da La riforma della governance economica europea, a cura di Carlo Altomonte, Antonio Villafranca e Fabian Zuleeg. Quaderno di approfondimento dell’ISPI n.27, aprile 2011.
[3] “Riformare i sistemi pensionistici: A sostegno del risanamento di bilancio, occorre riformare i sistemi pensionistici per aumentarne la sostenibilità.
• Gli Stati membri che non lo hanno ancora fatto devono innalzare l’età pensionabile e collegarla alla speranza di vita.
• Gli Stati membri devono ridurre in via prioritaria i piani di prepensionamento e utilizzare incentivi mirati per promuovere l’occupazione dei lavoratori anziani e l’apprendimento permanente.
• Gli Stati membri devono favorire lo sviluppo del risparmio privato per integrare il reddito dei pensionati.”
[Annual Growth Survey 2011, punto 5 - scaricabile a questo link:http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/it_final.pdf ]
[4] http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-06-02/trichet-contro-crisi-debiti-124514.shtml?uuid=AaUcUecD
[5]http://www.nytimes.com/interactive/2010/05/02/weekinreview/02marsh.html
[6] La riforma della governance economica europea, a cura di Carlo Altomonte, Antonio Villafranca e Fabian Zuleeg. Quaderno di approfondimento dell’ISPI n.27, aprile 2011.
[7] La riforma della governance.., cit., pag. 12-13.
[8] Ibidem.

PAOLO BECCHI - ATTENZIONE: NUOVE IDIOZIE IN ARRIVO!

martedì 19 giugno 2012

Perché la Grecia non può fallire

Il vero volto di Cristo.


Lista delle Eresie e delle invenzioni umane adottate e perpetrate dalla Chiesa Cattolica Romana nel corso di 1600 anni compilata dal Reverendo Stefano Testa



1. Tra tutte le invenzioni umane praticate dalla Chiesa Romana e contrarie al Vangelo, le più antiche sono la preghiera per i morti e il segno della Croce. Ambedue furono inventate verso l’anno 310. Furono ufficialmente adottate intorno al 500 dopo Cristo.

2. La venerazione di santi e morti e di angeli, intorno all’anno 375.

3. La celebrazione quotidiana della Messa entrò in uso nel 394.

4. Il Culto di Maria, madre di Gesù, e l’uso dell’espressione «Madre di Dio» a lei applicato, ebbe origine nel Concilio di Efeso del 431.

5. Il Monachismo fu introdotto in occidente da Benedetto da Norcia che costruì il primo monastero a Monte Cassino nel 528. Gesù ordinò ai Suoi discepoli di predicare a tutti i popoli della terra, non di segregarsi in conventi o monasteri (Matteo 10:5-8; 28:19-20; Marco 16:15-20)

6. La dottrina del Purgatorio fu istituita da Gregorio Magno verso l’anno 593.

7. La lingua latina come lingua di culto nella Chiesa fu imposta da Papa Gregorio I nell’anno 600 dopo Cristo.

8. La Parola di Dio invece insegna che si deve pregare e predicare nella lingua conosciuta dal popolo (leggi: 1° Corinzi 14:19).

9. Il Papato è di origine pagana. Il titolo di Papa, ossia di vescovo universale, venne per la prima volta dato dall’empio imperatore Foca al vescovo di Roma nell’anno 610. Ciò egli fece per far dispetto al vescovo Ciriaco di Costantinopoli che lo aveva scomunicato per aver egli fatto assassinare il suo predecessore, l’imperatore Maurizio. L’allora vescovo di Roma, Gregorio I, ricusò il titolo, e fu il suo successore, Bonifazio III il primo ad avvalersi del titolo di Papa. Gesù non lasciò nessun capo fra gli apostoli, essendo Egli sempre il capo fra gli apostoli, essendo Egli sempre il capo immortale della Chiesa (Leggi: Luca 22:24-26; Efesini 1:22-23; Colossei 1:18; 1° Corinzi 3:11).

10. Il bacio del piede del Papa cominciò nell’anno 709. Gli imperatori pagani si facevano baciare il piede. Il Vangelo condanna simili pratiche. (Leggi: Atti: 10:25-26; Apocalisse 10:10; 22:9)

11. Il potere temporale papale cominciò nell’anno 750. Quando Pipino, l’usurpatore del trono di Francia, discese in Italia chiamato da Papa Stefano II per far guerra ai Longobardi, li sconfisse e dette la città e i dintorni di Roma al Papa. Gesù assolutamente proibì ciò, ed Egli stesso rifiutò di essere fatto re (Leggi: Matteo 4:8-9; 20:25-26 e Giovanni 18:36).

12. L’adorazione della croce, delle immagini e delle reliquie fu adottata ufficialmente nel 788. Ciò fu per ordine dell’imperatrice Irene di Costantinopoli, che prima fece cavare gli occhi al proprio figlio Costantino IV, e poi convocò un concilio della Chiesa per richiesta di Adriano I, vescovo di Roma in quel tempo. Nella Bibbia tale pratica è chiamata idolatria ed è severamente condannata. (Leggi: Esodo: 20:4-6; Deuteronomio 27:15; Salmo 115; Geremia 10:1-5. Leggi: Matteo 4:8-9; 20:25-26 e Giovanni 18:36).

13. Il digiuno in giorno di venerdì e durante la Quaresima venne imposto ufficialmente nell’anno 998. Sembra da papi interessati nel commercio del pesce. Per mangiare carne occorre la spensa. Alcune autorità affermano che ciò iniziò verso l’anno 700. Si tratta di cosa contraria al chiaro insegnamento delle Scritture (Leggi: Matteo 15-10; 1° Corinzi 10:25; 1° Timoteo 4:3).

14. La Messa come sacrificio fu sviluppata gradualmente e la frequenza ad essa resa obbligatoria nell’undicesimo secolo. Il Vangelo insegna che il sacrificio di Cristo fu offerto una sola volta per tutte, e non dev’essere ripetuto, ma solo commemorato nella Santa Cena (Leggi: Ebrei 7-27; 9:26-28; 10:10-14).

15. Il celibato dei preti fu decretato da Papa Gregorio VII nell’anno 1079. Il Vangelo invece insegna che i ministri di Dio possono avere moglie e figli, San Pietro era ammogliato, Paolo prescrisse che i vescovi devono avere famiglia. (Leggi: 1° Timoteo 3:2, 5, 12; Matteo 8:14-15)

16. La Corona del Rosario fu introdotta da Pietro l’eremita nell’anno 1090. Questa fu copiata dai Maomettani. Il contare le preghiere è pratica pagana ed è severamente condannata da Cristo (Leggi: Matteo 6:5-13)

17. La Inquisizione per gli eretici fu istituita dal Concilio di Verona nell’anno 1184. Gesù condanna la violenza e non forza nessuno ad accettare la Sua religione.

18. Le Indulgenze (con le quali si rimetteva la punizione per i peccati) vennero concesse per la prima volta nell’anno 850 da Papa Leone IV a coloro che salivano la «Scala Santa» sulle loro ginocchia. Le vendita di esse iniziò nell’anno 1190 e continuò fino all’epoca della Riforma 850 e 1190. San Pietro rifiutò danaro da Simon Mago che credeva di poter acquistare il dono di Dio con l’oro (Atti 8:20). La religione cristiana secondo l’insegnamento dell’Evangelo è contro un simile traffico e fu appunto la protesta contro tale traffico che provocò la Riforma Protestante del XVI secolo.

19. Il dogma della Transustanziazione fu decretato da Papa Innocenzo III nell’anno 1215. Con questa dottrina il prete pretende di creare Gesù Cristo ogni giorno e poi mangiarLo in presenza del popolo durante la Messa. Il Vangelo condanna simili assurdità. Nella Santa Cena c’è solo la presenza spirituale di Cristo (Leggi: Luca 19-20; Giovanni 6:63; 1° Corinzi 11:26).

20. La confessione auricolare, o confessione dei peccati fatta all’orecchio del prete, fu istituita da Papa Innocenzo nel Concilio Laterano nel 1215. Il Vangelo ci comanda di confessare i peccati direttamente a Dio e a coloro che abbiano offeso. Giuda si confessò ai preti e poi si strangolò. Matteo 27:3-5 (Leggi: Salmo 51:1-12; Luca 1:48-59; 1° Giovanni 1:8-9).

21. L’adorazione dell’ostia fu sancita da Papa Onorio III nell’anno 1120.
Così la Chiesa Romana adora un Dio fatto nelle mani di uomini. Tale pratica è il colmo dell’’idolatria ed è assolutamente contraria allo spirito del Vangelo (Leggi: Giovanni 4:23-24)

22. La Bibbia fu proibita al popolo e messa all’indice dei libri proibiti, dal Concilio di Tolosa nell’anno 1229. Gesù dice che la Scrittura deve essere letta da tutti. (Leggi: Giovanni 5:39; 2° Timoteo 3:15-17).

23. Lo scapolare fu inventato da Simone Stock, monaco carmelitano inglese, nell’anno 1287.

24. 28. Il battesimo per aspersione fu reso legale dal Concilio di Ravenna nell’anno 1311.Il battesimo secondo il Nuovo Testamento è per immersione in acqua, da amministrarsi ai soli credenti (Matteo 3:6, 7, 16; 28:18-20; Marco 16:16; Atti 8:36-39 ed altri passi)

25. La Chiesa Romana proibì il calice ai fedeli nella comunione, al Concilio di Costanza, nell’anno 1414. Il Vangelo ci comanda di celebrare la comunione col pane e col vino (Leggi: Matteo 26:27; 1° Corinzi 11:25-27)

26. La dottrina del Purgatorio fu considerata come dogma nel Concilio di Firenze, nell’anno 1439. Nel Vangelo non v’è neanche una parola che accenni al purgatorio dei preti. Il sangue di Gesù Cristo è l’unica purificazione dei nostri peccati. (Leggi: 1° Giovanni 1:7-9; Giovanni 5:24; Romani 8:1)

27. I Sette Sacramenti vennero per la prima volta così elencati da Pietro Lombardo nell’anno 1160 dopo Cristo ma la dottrina dei Sette Sacramenti divenne ufficiale con Concilio di Firenze, nell’anno 1439.

28. L’Evangelo dice che Cristo istituì due soli sacramenti, il Battesimo e la Santa Cena (Leggi: Matteo 28:19-20; 26:26-28)

29. L’Ave Maria, preghiera indirizzata a Maria, venne ordinata tale nella sua prima parte, che è tolta dalla Bibbia, da Oddo, vescovo di Parigi nel 1196 A.D. e la sua seconda parte come «preghiera della chiesa» venne completata da Papa Pio V nell’anno 1568.

30. Il Concilio di Trento dichiarò che la Tradizione deve essere ritenuta di eguale autorità che la Bibbia, nell’anno 1545. Per tradizione s’intendono insegnamenti umani. I Farisei credevano lo stesso e Gesù li rimproverò acerbamente, poiché con la tradizione degli uomini si annulla la Parola di Dio (Leggi: Marco 7:7-13; Colossei 2:8; Apocalisse 22:18)

31. I libri Apocrifi furono aggiunti alla Bibbia pure al Concilio di Trento. Tali libri non sono riconosciuti canonici dai Giudei. Anno 1546.

32. Il Credo Cattolico di Pio IV fu imposto nel 1560. I veri cristiani si attengono solo al Vangelo e al Credo degli Apostoli, che è di 1500 anni più antico del Credo dei Cattolici.

33. La devozione del «Sacro Cuore» fu adottata ufficialmente nel 1765.

34. Nell’anno 1870 dopo Cristo, Papa Pio IX stabilì il dogma della Infallibilità Papale. Questo è il colmo della bestemmia e il segno dell’apostasia e dell’anticristo predetto da S. Paolo (Leggi: 2° Tess. 2:2-12; Apocalisse 13:5-8-18).

35. La Bibbia dice che non v’è nessun uomo giusto sulla terra che non pecchi. (Leggi: Romani 3:4-23; 2° Tess. 2:3-4; Apocalisse 17:3-9; 13:18).

36. Molti vedono il numero 666 nelle lettere romane «VICARIVM FILII DEI» - V=5, I=1, C=100, I=1, V=5, I=1, L=50, I=1, D=500, I=1, Totale 666.

37. Pio X nel 1907 condannò assieme al «Modernismo» tutte le scoperte della scienza che non piacciono al Papa. (Lo stesso)

38. Nel 1930 Pio XI condannò le scuole pubbliche.


REINCARNAZIONE: LA CONDANNA DELLA CHIESA

La condanna della Chiesa - Fu nel II Concilio di Costantinopoli indetto dall'imperatore Giustiniano (553 anni dopo la morte di Cristo) che venne cancellata la dottrina della reincarnazione e vennero condannati gli scritti reincarnazionisti di Origene, uno dei primi padri della Chiesa, (benché spesso inclusi tra le preghiere del breviario).

Numerosi sono ormai i ricercatori che hanno appurato come Giustiniano avesse imposto questa decisione conciliare senza il consenso del Papa d'allora, Virgilio, il quale, pur essendo presente in Costantinopoli, non partecipò alla seduta.

Approfondendo le ricerche, si è pure giunti alla conclusione che a indurre l'imperatore a questo passo sia stata anche la pressione esercitata dall'imperatrice Teodora, sua moglie, da lui considerata la sua migliore consigliera.

Teodora, ex-ballerina dal passato tumultuoso, aveva fatto uccidere cinquecento sudditi che conoscevano i suoi trascorsi. Poi, terrorizzata dalla dottrina della reincarnazione, che stabiliva sofferenze nelle vite successive per colpevoli di assassinio, avrebbe indotto Giustiniano a eliminare la dottrina delle vite successive, come per annullare questa terribile minaccia.

Altri studiosi ritengono che la bolla giustiniana sia stata favorita anche dal fatto che già nel 537 la Chiesa era lacerata da numerose controversie ed eresie.

Altri ancora, più maliziosamente, avanzano l'ipotesi che la Chiesa si fosse resa conto che, per imporre il Cristianesimo alle masse, era preferibile sostenere la teoria di un'unica vita e di un unico giudizio di premio, o castigo subito dopo la morte.

La promessa d'un Paradiso immediato, o la minaccia d'una eterna condanna all'Inferno, producevano un effetto potente sulle loro menti, inducendoli a mettersi sotto le ali protettive della Chiesa, per ottenere aiuti e scongiurare castighi ultraterreni. Mentre il concetto che, anche comportandosi male in questa esistenza, fosse possibile rimediare in una successiva poteva servire da alibi per i più deboli e neghittosi.

In questo senso si può ammettere anche l'utilità di questo ostracismo a una dottrina in anticipo sui tempi, ma va ricordato che, per la sola colpa di sostenerla, molti Cristiani dissidenti vennero perseguiti e sterminati dall'Inquisizione.

La Chiesa Romana dice che non cambia mai, eppure non ha fatto altro che inventare nuove dottrine contrarie alla Bibbia, e praticare riti e cerimonie prese dal paganesimo. La vera religione di Cristo, invece, non si trova nel Romanesimo, ma nel Vangelo.

Quando i bianchi vennero in Africa, noi avevamo la terra e loro la Bibbia. Loro ci insegnarono a pregare con gli occhi chiusi; quando li aprimmo i bianchi avevano la terra e noi la Bibbia.

(Jomo Keniatta)


http://www.associazionesaras.it/Altro/Info...sp?IDRubrica=84

Gesù Cristo e Horus, Attis, Mithra, Iside ed Osiride, Adonis.


Confronto tra Gesù Cristo e Horus, Attis, Mithra, Iside ed Osiride, Adonis.

Vi voglio proporre una tesi di gruppi atei che sostengono che Gesù e il cristianesimo sono falsi.... Ovviamente IO CREDO IN Cristo, ma vorrei capire se questi 'fatti' riposrtati da questi gruppi, sono veri o meno.


Ci sono adesso delle persone (come il film ZEITGEIST The Movie) che sostengono che la storia di Gesù è una copia della storia del Dio Egizio Horus (il quale, dicono, abbia avuto una madre vergine, un 'battesimo', anche lui sia stato corcefisso e dopo 3 giorni sia resuscitato etc...) e così anche molte altre divinità (come Mitra dei persiani, Khrishna degli Indù, Dionisio per i greci etc...)

Il succo è: secondo queste TEORIE che Gesù è una copia riciclata da Horus (e cosi molta altre figure mitiche tipo BUDDAH che a quanto pare è molto simile a Gesù, secondo alcuni) e quindi è falso e solo inventato dai primi cristiani.

Adesso mi pare per quel che ho letto che non è proprio così ma non sono un esperto...

Quanto è storicamente vero di tutto questo? È una delle armi degli atei per provare che il cristianesimo non è altro che una bufala (secondo loro!). Questi argomenti hanno messo in crisi MOLTI fedeli.


Qualcuno ne sa di più?

LE MIE DOMANDE ESSENZIALMENTE SONO:
-È la storia di Gesù molto simile o uguale a quella di Horus?
-Cosa possiamo dire di tutte le figure mitico-religiose (Dionisio, Khrishna, Mitra, Attis, etc...) che anche loro hanno avuto come Gesù una storia del tipo: "Nascita da vergine-miracoli-morte-resurrezione dai morti" e che influenza hanno sulla veridicità storica di gesù

http://tektonics.org/copycat/osy.html -->inglese, da diversi argomenti che mostrano (accordandosi con studiosi di religioni egizie) che Horus NON ha fatto le stesse cose di Gesù e quindi Gesù è originale e quindi è questa teoria una grande bufala.

Ultima modifica di a_ntv; 14-10-2007 alle 08:46. Motivo: 9) E' vietato postare collegamenti a siti i cui contenuti contrastano con la dottrina cattolica.
 

E venne il giorno


BEAST  666

Da l giorno della crisi finanziaria è iniziato il conto alla rovescio per l'avvento della BEAST 666, mentre la gente si crogiola nella sua ignoranza e indifferenza di quanto sta accadendo, gli operatori occulti sono attivissimi per completare il loro piano, asservire il genere umano, quando tutto questo accadrà, quando prenderanno coscienza, allora sarà troppo tardi!

I popoli dovrebbero prendere coscienza, unirsi e rivoltarsi contro il male che sono le religioni e il capitalismo in seguito non sarà più possibile.

By MRTT

domenica 17 giugno 2012


Perchè Dio ha bisogno di una banca ? (Lo IOR – banca Vaticana)



Perchè Dio ha detto santificate le feste                           (10 comandamenti), mentre per puro interesse commerciale e affaristico la chiesa ha concesso in un paese altamente cattolico che si lavorasse anche nei giorni festivi.



Se Cristo scacciò con violenza i mercanti dal tempio, quale violenza userà contro i preti – banchieri ?



Mister No

L'ULTIMO INCONTRO DELLA COMMISSIONE TRILATERALE



DI JAMES P.TUCKER JR.
americanfreepress.net/

La Commissione Trilaterale vuole una guerra in Iran, una moneta mondiale e una Banca Centrale 

Nel loro ultimo incontro, tenuto a porte chiuse a Dublino dal 7 al 10 maggio, i membri della Commissione Trilaterale, irritati per il loro insuccesso nello stabilire un governo mondiale e per la crisi economica che hanno generato, hanno proclamato la guerra contro l’Iran.

I piani di guerra sono stati rivelati da Mikhail Slobodovsici, consigliere capo della leadership russa, mentre passeggiava per l’albergo Four Seasons, dove la Commissione Trilaterale si è asserragliata protetta da guardie armate e a porte chiuse. Nel rivolgersi ad Alan Keenan, che lavora per il sito 
WeAreChange.org, lui credeva di parlare ad un collega della Commissione.

Nella foto: L'albergo Four Seasons dove si è tenuta l'ultima riunione

“Stiamo decidendo il futuro del mondo” ha detto Slobodovisci. “Abbiamo bisogno di un governo mondiale” ha proseguito, ma, riferendosi all’Iran, “dobbiamo sbarazzarcene” ha affermato.

Indubbiamente è stato un proclama di guerra della Trilaterale. Molti dei milionari e miliardari della Commissione hanno pesanti investimenti nell’industria e le guerre fanno enormi profitti.

Improvvisamente Slobodovsici ha notato che la targhetta di Keenan era diversa dall’etichetta della Commissione e ha detto: “Non posso parlare – noi operiamo secondo le regole di Chatham House.”

A Slobodovsici la Trilaterale ha richiesto di pretendere ulteriori scuse per l’eccidio di una cifra stimata tra i 30 e 60 milioni di abitanti della vecchia Unione Sovietica ad opera del dittatore Josef Stalin. Il primo ministro Vladimir Putin ha chiesto umilmente scusa nell’anniversario dell’esecuzione di 20.000 soldati polacchi. Putin ha ammesso che il massacro era stato eseguito dai sovietici, non dai tedeschi come sostenuto dai sovietici per mezzo secolo. Nonostante tutto, il presidente russo Dmitry Medvedev ha nuovamente chiesto scusa il giorno dopo (il 9 Maggio), accusando i cittadini sovietici di aver tollerato il massacro, affermando che essi erano pienamente consapevoli dello spargimento di sangue.

Gli illustri membri della Trilaterale non sono mai stati così depressi.

“Ogni anno va peggio”, ha sostenuto uno di loro. “Perché ci prendiamo la briga di vederci ancora?”

“Non possiamo semplicemente cedere e lasciare,” ha risposto un altro. “Il Bilderberg si attende la bozza di un piano da parte nostra”.

Una parte notevole delle loro frustrazioni deriva dal fallimento nello stabilire un governo mondiale. Nel 1999, sia la Trilaterale che il gruppo Bilderberg confidavano nel prevedere che avrebbero ottenuto un governo mondiale per l’anno 2000. Una decina d’anni dopo, il loro obiettivo appare ancora più lontano. E di questo loro danno colpa ai “nazionalisti”, che si oppongono alla resa della sovranità nei confronti degli organismi internazionali.

Il gruppo Bilderberg si incontrerà dal 4 al 7 giugno in Spagna, a Sitges, una cittadina vacanziera a circa 20 miglia da Barcellona, per fare scelte definitive su cosa imporre al mondo.

Il Bilderberg chiuderà l’intero perimetro del Dolce Sitges con guardie armate e sicurezza privata. Il Bilderberg è composto da circa 120 finanzieri internazionali, capi di stato europei ed alti ufficiali della Casa Bianca, e dai segretari dei dipartimenti di Stato e Commercio, tra gli altri.

La Commissione Trilaterale è la squadra di riserva, con poco più di 300 partecipanti. Il Bilderberg, la squadra principale nell’aspirante governo mondiale segreto, ne conta poco più di 100. I due gruppi hanno una leadership coordinata e l’obiettivo comune di un governo mondiale sotto il loro controllo.

Tuttavia la Trilaterale attira capi di stato e altri alti funzionari in Europa e finanzieri internazionali, inclusi David Rockfeller e i membri della famiglia Rotschild. Parteciperanno anche alti funzionari della Casa Bianca e dei dipartimenti del Tesoro, Stato e Commercio dell’amministrazione di Obama.

I Trilateralisti sono delusi per non essere stati in grado di sfruttare la crisi economica che hanno contribuito a generare creando un “dipartimento del tesoro” sotto l’egida dell’ONU. Danno la colpa al “crescente nazionalismo” e chiedono “come faceva quella gente a sapere di questo”, secondo testimoni all’interno dell’albergo della Trilaterale. Nonostante tutto, la Trilaterale va avanti. In un commento basato su interviste ai leader della Trilaterale o da loro dettate, l’economista Richard Douthwaite scriveva lo scorso 7 maggio su The Irish Times:

La crescita economica non può accrescere gli introiti in maniera certa e veloce in modo tale da garantire i risultati sperati. L’unico rimedio possibile è l’inflazione. Questa potrebbe essere costruita facendo creare alla Banca Centrale Europea denaro dal nulla per dare ai paesi della zona euro soldi da spendere...Un altro ostacolo irrazionale è il sentimento che il denaro non può essere creato sul nulla...

Dalle pagine di quel giornale Douthwaite chiede alla Banca Centrale Europea di avviare la stampa di valuta così come lo sta facendo la Federal Reserve, di proprietà e controllo privati, per inondare di dollari i suoi amici negli Stati Uniti.

Secondo le regole bancarie in Europa, la Banca Centrale Europea ha un limite nell’emissione di valuta per un tetto massimo del 2 per cento sull’inflazione. Doughwaite vorrebbe che questo limite fosse tolto ai banchieri.

Negli Stati Uniti, la Federal Reserve ha distribuito denaro gratuito alle banche che ne fanno parte abbassando il tasso di sconto a quasi zero. In Europa, scrive Douthwaite: “questo obiettivo potrebbe essere costruito facendo creare alla Banca Centrale Europea denaro dal nulla per dare ai paesi della zona euro soldi da spendere”.

Il risultato – osserva lui – sarebbe l’inflazione, perché ci sarebbero più soldi in circolazione per pagare i debiti dei governi. Ma in questo lui non vede nulla di male.

Comunque, come nota il membro del congresso Ron Paul, il problema dell’inflazione è che colpisce la classe operaia perché agisce come una tassa indiretta.

“Detto in poche parole, stampare valuta per pagare le spese federali diluisce il valore del dollaro, il che causa prezzi più alti per beni e servizi” avverte Ron Paul. “I risparmiatori e chi vive di entrate fisse o basse sono i più colpiti per l’aumento del costo della vita. Famiglie a reddito medio-basso sono quelle che più soffrono perché lottano per far quadrare i conti mentre la ricchezza viene letteralmente trasferita dalla classe media a quella abbiente”.

L’idea dell’emissione fraudolenta di denaro è stata abbracciata da Gary Jenkins di Evolution Securities. Ha detto che la Banca Centrale Europea può iniziare a stampare denaro per tirarsi fuori dalla fossa. “Se giungiamo sull’orlo del baratro, potrebbe essere rimasta l’unica opzione possibile” ha continuato. “Solo la BCE può stampare gli euro per salvare il sistema”.

Per ora Jean-Claude Trichet, il presidente della Banca Centrale Europea, nega che si possa avviare la stampa di denaro. Trichet sembra essere in minoranza qui e la pressione da parte dei mondialisti può forzarlo infine ad aumentare l’inflazione nel tentativo di contenere l’inevitabile collasso della UE.

Il primo ministro irlandese, Brian Cowen, era stato invitato a fare gli onori di casa al consesso della Commissione Trilaterale, per poi andare via. Questa è la prassi della Trilaterale e del Bilderberg: il capo del paese che ospita parla e poi va via. Ma Cowen non aveva gradito l’essere escluso, così è apparso deliberatamente in ritardo di 35 minuti – e i Trilateralisti non sono abituati ad essere lasciati in attesa.

Paul Volker, presidente del consiglio d’amministrazione dell’Economic Recovery Advisory Board del presidente Obama e precedentemente amministratore delegato della Fed, ha espresso la sua ira facendo domande ostili. Cowen ha cercato di separare l’economia irlandese da quella greca e di altri paesi della UE che sono sotto attacco per la crisi economica.

Volker ha detto a Cowen che sebbene lui fosse stato “storicamente... molto attratto dall’euro” ora appariva “dubbioso”. Volker ha continuato: “Voi avete alcune decisioni difficili da prendere qui, ma la questione dell’avere una Banca Centrale indipendente, il tasso d’interesse comune, la moneta comune...sono proprio curioso se nella sua testa questo genera domande circa le strutture governative dell’Europa.
“Lei non è in favore di una ulteriore centralizzazione, mi sembra di capire, sebbene altri lo siano, ma cosa significa questa crisi per il futuro dell’Europa? Ha chiesto Volker.

Cowen ha ammesso che l’euro ha dei problemi di credibilità. Ha affermato che i ministri delle Finanze della UE avrebbero rivisto “gli accordi attuali” nei mesi a venire per capire come possono essere migliorati” in modo da aggiungere credibilità alla moneta e al contempo creare ampio consenso popolare”.

In altre parole la Commissione Trilaterale prevede di:

Aumentare i prezzi della benzina negli Stati Uniti. Gli europei ora pagano 10 dollari il gallone, gli americani circa 3. I Trilateralisti sostengono che gli americani devono pagarne 7.

Il petrolio viene prodotto solo all’81% della capacità così da aumentare la domanda e quindi il prezzo. Molti dei membri sono nati nella ricchezza petrolifera.

Essi celebrano la legge sanitaria, che ritengono aumenterà drammaticamente i costi e ridurrà i servizi. E’ uno stile europeo, e Obama è il loro ragazzo tuttofare. Loro sono in attesa del giorno in cui gli americani pagheranno il 50% dei loro introiti in tasse federali, come avviene diffusamente in Europa.

James P. Tucker, Jr.
Fonte: http://americanfreepress.net/
Link: http://americanfreepress.net/html/tucker_trumps_trilats_222.html
16.05.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI