lunedì 26 marzo 2012

a diserzione della politica: cittadini sempre più indifesi

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Scritto il 16/3/12 • nella Categoria: idee
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L’incredibile Bersani demolito in mondovisione da Marco Travaglio in soli 13 minuti, senza essere riuscito a dire una parola a giustificazione della Tav Torino-Lione. E poi Alfano che blatera contro il “pericolo rosso” e le nozze gay, mentre il suo capo Berlusconi festeggia l’assoluzione di Dell’Utri in Cassazione. Così, il dialogo con la popolazione italiana – dalla valle di Susa militarizzata alle retrovie dell’ultimo corteo romano della Fiom – è affidato ai reparti antisommossa, mandati “al fronte” da un governo di anonimi tecnocrati che nessuno ha eletto. Ormai, avverte Lorenzo Guadagnucci, stanno usando la polizia contro di noi, secondo lo schema inaugurato al famigerato G8 di Genova: per Andrea Camilleri, quelle erano «prove tecniche di colpo di Stato».

Già allora, scrive Franco Fracassi nel suo libro-inchiesta sulla mattanza del 2001, svariati indizi autorizzarono un sospetto: la polizia italiana fu indotta alla violenza da poteri molto più forti di quelli che dirigono il Viminale. Sovranità limitata, persino nella gestione dell’ordine pubblico? La tesi di Fracassi, argomentata con precisione nel volume “G8 Gate” edito da “Alpine Studio”, si avvale di fonti autorevoli, internazionali e anche italiane, come il generale Fabio Mini, già capo delle forze Nato in Kosovo: “qualcuno” sapeva benissimo che Genova sarebbe stata invasa e devastata dai black bloc, addirittura “introdotti” in Italia con viaggi finanziati da “apposite strutture”, ovviamente “coperte”; quello che gli italiani non potevano sapere è che la polizia non sarebbe “riuscita” a fare nulla per fermarli.

Perché? Molto semplice, dice il libro di Fracassi, citando testimoni statunitensi ed europei: Genova era presidiata da agenti dell’Fbi e l’intera gestione del G8 era in mano all’intelligence americana, che – fin dall’inizio – avrebbe “ordinato” alla polizia italiana di non intercettare i black bloc; al contrario, gli agenti avrebbero dovuto travolgere con inaudita violenza i manifestanti inermi. Messaggio esplicito, secondo il copione collaudato a Seattle: chi protesta contro le ingiustizie sappia che, d’ora in poi, lo farà a rischio della propria incolumità. Democrazia sospesa, denunciarono i contestatori a Genova: se lo Stato non garantisce più il diritto di manifestazione e di espressione, addio libertà democratiche.

Il movente fondamentale? La paura. Il super-potere mondiale, che aveva appena insediato a Washington il gruppo di George Bush – i neoliberisti bellicosi del Nuovo Secolo Americano, pronti a qualsiasi crimine pur di difendere il privilegio della supremazia Usa – erano letteralmente terrorizzati dal movimento “no global”, di cui intuivano la pericolosità politica: caduta l’Unione Sovietica, il “popolo di Seattle” rappresentava una nuova forma di contestazione virale del capitalismo selvaggio e globalizzato, tanto più minacciosa perché interna, partorita proprio dalle università dell’Occidente. Poteva nascere una “rivoluzione dei diritti” su scala mondiale, profumata di Rinascimento? E allora andava neutralizzata subito, soffocata nella culla, prima che potesse indurre il germe del dubbio nell’ignara opinione pubblica ipnotizzata dai media.

Non a caso, negli ultimi dieci anni, proprio la narrazione mediatica è finita nel mirino. Stessa tesi, da Michael Moore a Giulietto Chiesa, da Noam Chomsky a Naomi Klein: solo narcotizzando milioni di persone è possibile “vendere” la versione unilaterale di eventi cruciali tutt’altro che chiariti, come il super-attentato dell’11 Settembre e il “funerale con rito islamico” del fantasma di Osama Bin Laden, per non parlare di menzogne strepitose come le “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein o le recentissime “fosse comuni”, altrettanto inesistenti, di Muhammar Gheddafi. La disinformazione, vera arma di distruzione di massa, monopolizza l’audience e annienta il pensiero critico, relegandolo al rango di espressione folkloristica partorita da una minoranza eretica. Fino a quando? Persino all’epoca della Dc, protesta Paolo Ferrero dopo le ultime cariche della polizia in valle di Susa, la politica sapeva ascoltare il popolo: ora invece si preferisce delegare il “dialogo” ai soli reparti antisommossa.

Ha fatto il giro d’Italia il video nel quale un militante No-Tav provoca un carabiniere chiamandolo “pecorella”; rimasto esemplarmente composto, il giovane militare è stato encomiato dal comandante generale dell’Arma, perché ha fatto bene il suo dovere. Applausi sono arrivati anche da politici di destra e di sinistra: che, a differenza del giovane carabiniere, non hanno fatto il proprio dovere – che era quello di parlare con i cittadini italiani che vivono in valle di Susa e da vent’anni chiedono inutilmente che qualcuno spieghi perché mai si debba fare scempio della loro valle per aprire la strada all’inutile, costosa e probabilmente mafiosa Torino-Lione. Costringere i manifestanti al contatto con le forze dell’ordine, unico interlocutore sul campo: sembra il capolavoro finale di chi il dialogo non l’ha mai voluto. Oggi ho paura della polizia, confessa il filosofo Gianni Vattimo, definendo “fascista” il governo che costringe gli agenti a militarizzare la valle di Susa. Proviamo almeno a parlarci, replica su Facebook un poliziotto come Maurizio Cudicio, anche lui a disagio per lo sconcertante evolversi di una situazione la cui evidente responsabilità è della politica, o meglio della sua eclissi totale.

I partiti non esistono più, sono sordomuti, non mediano con la popolazione e si trincerano dietro ai tecnocrati e ai diktat della Bce. Per questo sale sulle barricate un sindacato come la Fiom, invadendo il terreno lasciato vuoto dalla politica. Da quando? Da molto tempo, sostiene il solitario giornalista Paolo Barnard, che nel saggio “Il più grande crimine” elabora una tesi estrema, ultra-eretica ma purtroppo sempre più profetica: la nostra sovranità democratica è stata sostanzialmente sequestrata dal super-potere mondiale di quelli che oggi l’ex ministro Giulio Tremonti definisce “nazisti bianchi”. Sono i “padroni universali”, gli antichi eredi del latifondo mai rassegnatisi all’avanzata delle democrazie partecipative del dopoguerra e pronti, oggi – attraverso l’arma micidiale della finanza – a prendersi una rivincita storica, abolendo diritti e retrocedendo interi popoli, a cominciare da quello greco, al rango di plebi di ex-cittadini sempre più precari, di nuovi schiavi del lavoro, impauriti dal futuro e tormentati dal bisogno.

Ci sono pietre miliari che, nel silenzio-assenso generale, hanno segnato il nostro destino: il Trattato di Maastricht, con la cessione all’Unione Europea delle sovranità nazionali senza prima la necessaria validazione democratica di un referendum, fino all’adozione dell’euro come moneta comune ma non pubblica, che gli Stati devono prendere a prestito a caro prezzo attraverso la Bce, che tutela i maggiori gruppi bancari privati. Una lunga catena di decisioni storiche, mai discusse: dal Trattato di Lisbona al recentissimo Fiscal Compact, che dal 2013 priverà gli Stati della residua autonomia finanziaria: i bilanci dovranno essere prima validati da Bruxelles e in nessun caso saranno ammessi investimenti aggiuntivi di carattere sociale. Ogni paese – in virtù dell’ideologia neoliberista dominante – non potrà più spendere per i propri cittadini più di quanto i cittadini stessi non versino allo Stato sotto forma di tasse.

L’Italia, nonostante l’evasione fiscale, ha comunque un surplus di bilancio e, sommando il debito pubblico all’esposizione bancaria di imprese e famiglie, è il secondo miglior paese europeo dopo la Germania. Eppure, i “padroni universali” hanno creato la tempesta dello spread fino a far cadere il governo democraticamente eletto, per insediare a Palazzo Chigi il loro uomo, Mario Monti, già consigliere strategico della Goldman Sachs, la banca d’affari che ha rovinato la Grecia, nonché membro del Gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, cioè le principali strutture mondiali del super-potere oligarchico che domina il mondo, in nome dei privilegi dei super-padroni.

Paolo Barnard li chiama “criminali”, e spiega: privatizzando anche la moneta, hanno tolto allo Stato la sua capacità fisiologica di gestire il debito a favore dei cittadini, attraverso lo strumento principe della propria valuta sovrana. E’ la tesi della Modern Money Theory, formulata dai grandi economisti americani che hanno salvato l’Argentina dal disastro liberando la divisa nazionale dal cambio fisso col dollaro e rimettendo il paese sudamericano in condizioni di investire su se stesso. Costruendo un evento politico senza precedenti, a febbraio Barnard ha convocato gli economisti americani per un summit a Rimini, completamente autofinanziato dai partecipanti: il primo tentativo mondiale di spiegare l’economia democratica direttamente ai cittadini. Erano oltre duemila i partecipanti, nel silenzio generale dei media con la sola eccezione del “Fatto Quotidiano”.

Quando Bush invadeva l’Afghanistan dell’ex collaboratore Osama Bin Laden e poi l’Iraq dell’ex alleato Saddam Hussein, televisioni e giornali ridevano dei climatologi “catastrofisti” che denunciavano l’emergenza climatica, che oggi – secondo l’Onu – produrrà la più disastrosa migrazione della storia del pianeta, con la fuga di milioni di persone dall’emisfero meridionale devastato e inaridito dalla siccità. Lo diceva già il “popolo no global”, spazzato via dalle piazze di Seattle e poi di Genova a suon di manganellate, le stesse con le quali le autorità hanno accolto a New York il temutissimo movimento “Occupy Wall Street”. Tutto inutile, per il momento: in Italia la finanza mondiale ora siede direttamente al governo e – d’intesa con gli oligarchi della Commissione Europea, anch’essi non eletti da nessuno – progetta lo smantellamento sistematico del welfare, la spoliazione dello Stato, la chiusura degli spazi pubblici e dei servizi sociali, la privatizzazione dei beni comuni.

Oltre alla catastrofe della finanza, alibi perfetto per confiscare diritti civili inaugurando la politica del rigore che colpisce tutti fuorché le banche e le multinazionali, il mondo è palesemente privo di una governance democratica per affrontare le altre grandi crisi, da quella dell’energia – superato il picco del petrolio – a quella della crescita. L’economia occidentale è in recessione: secondo studiosi come Serge Latouche lo sviluppo ha raggiunto i suoi limiti fisiologici avvelenando il pianeta, ma nessun capo di Stato o di governo ha il coraggio di annunciare la verità, primo passo per varare le indispensabili contromisure. Solo in Italia, rinunciare alla Torino-Lione, agli inceneritori e ai caccia F-35 genererebbe centinaia di migliaia di posti di lavoro “utili” e strategici, concentrando investimenti sul trattamento ecologico dei rifiuti, sulla sistemazione idrogeologica e sull’immenso risparmio energetico che si otterrebbe ristrutturando gli edifici, con impressionanti ricadute positive sull’occupazione nel settore edilizio.

Nulla di tutto ciò è nell’agenda del governo, che secondo Ugo Mattei pensa solo a come seppellire definitivamente il risultato democratico dei referendum del giugno 2011 per la difesa dei beni comuni, in perfetto accordo con i “padroni universali” a cui fanno gola i nostri “gioielli di famiglia”, come dice l’ex ministro socialista Rino Formica, che accusa direttamente Mario Draghi di aver piegato l’Italia ai voleri della Germania, attraverso il ricatto finanziario della Bce. Sovranità, diritti, conquiste: una sconfitta dopo l’altra, da vent’anni, e senza più neppure il velo della legittimità democratica, ora che la politica si è dissolta e il super-potere sembra aver gettato la maschera, scendendo in campo in prima persona.

L’opinione pubblica è disorientata: secondo i sondaggi, in mancanza di alternative, alle prossime elezioni voterebbe solo un italiano su due. Gli attuali partiti? Ridotti a gruppi di interessi e caste di addetti ai lavori, affollate di mezze figure buone per le cronache giudiziarie e abbarbicate ad appalti miliardari per infrastrutture-fantasma come la Torino-Lione, che non sanno neppure giustificare. Fallimento storico della politica? Pessima notizia, per tutti: senza più rappresentati legittimi, i cittadini sarebbero totalmente indifesi. E se anche il “popolo dei referendum” dovesse ottenere un’improbabilissima e clamorosa rivincita, il giorno dopo dovrebbe vedersela con gli amici di Monti e Draghi, signori dello spread e padroni del nostro futuro, già scritto – a nostre spese – dalle lobby onnipotenti da cui prendono ordini gli oscuri tecnocrati di Bruxelles. Che fare? Da dove cominciare, per provare a riaffacciarsi sul futuro? Lo ha detto l’ex premier socialista francese Michel Rocard: i popoli europei non si meritano questo ordinamento neo-feudale, è ora di stracciare i trattati e riscrivere le regole tutti insieme, partendo da una parola semplicissima e disastrosamente dimenticata: democrazia.

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