venerdì 17 novembre 2017

Le imprese italiane che delocalizzano all’estero?

Le imprese italiane che delocalizzano all’estero? Solo delle approfittatrici che portano fuori il know-how  per guadagnare di più e se ne sbattono di tutto il resto. Questo più o meno è il giudizio liquidatorio che molti danno del fenomeno, soprattutto se sono sostenitori del sistema centralistico romano. In realtà è proprio e nessun altro che lo Stato italico a incentivare tale fuga. Sì, avete capito bene. E, manco a dirlo, è colpa dell’assurdo fisco tricolore.
Basta leggere cosa scrive il prof. Dario Fruscio, ex senatore leghista che da qualche tempo ha lasciato definitivamente il Carroccio, sul sito “Coltiviamo il futuro” (www.italiaspa.org), edito dalla Fondazione messa in piedi dall’ex presidente della Coldiretti Sergio Marini:
“… un’impresa con sede in Italia e produzione all’estero dei propri beni è soggetta ad una pressione fiscale pari al 30% del suo reddito imponibile; altra analoga impresa nazionale con propria produzione in loco sconta un carico fiscale pari a circa l’80% del suo reddito imponibile. Fattore di forte propulsione di tale fenomeno è sicuramente da scorgere nell’area della complessa articolazione del sistema fiscale italiano. Nell’Irap, molto preponderatamente. Così stante le cose, parlare di fuga delle aziende industriali dall’Italia pare limitativo e tutt’altro che veritiero.
Più esaustivamente e più credibilmente varrebbe considerare che il fenomeno di cui trattasi, è sì di fuga, ma di una fuga indotta e alimentata da un’altra più grave e terrificante fuga: quella della politica di rimuovere il fattore incentivante delle delocalizzazioni produttive. Vale a dire, di togliere di mezzo l’Irap recuperando integralmente il relativo venir meno del gettito fiscale mediante opportuni e semplici arbitraggi sull’IRES…”.
In sostanza l’autore, con linguaggio diplomatico e professorale che gli appartiene, dice: la fuga delle aziende è incentivata dallo Stato che, grazie soprattutto all’Irap, arriva a tassare l’imponibile fin quasi all’80%, mentre per le imprese che mantengono la sede legale e il domicilio fiscale in Italia, questa tassazione scende intorno al 30%. Quindi ogni discorso sul rilancio dell’economia sono pure balle se non si toglie di mezzo l’odiata Irap, che tassa i mezzi di produzione, cioè quindi agisce a priori di qualsiasi risultato economico ottenga l’azienda. Mentre la logica sarebbe che la tassazione si spostasse sull’imponibile. Ma siamo in Italia… e allora meglio e più facile rapinare le aziende con l’Irap. E farle crepare…
di Gianmarco Lucchi

giovedì 16 novembre 2017

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DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA ALL’ ESTERO TRA INCENTIVI

MAURO GIUSTI L’ ESPERIENZA ITALIANA DI DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA ALL’ ESTERO TRA INCENTIVI E DISSUASIONI Se per delocalizzazione di un’impresa all’estero si intende lo spostamento in altri paesi di processi produttivi o di fasi di lavorazione, al fine di guadagnare competitività, l’esperienza delle imprese italiane di spostare in altri Stati le proprie attività produttive di merci ha origini lontane: rammento trenta e più anni fa la costruzione di stabilimenti della FIAT in Polonia e ancor prima nell’ex Unione Sovietica (Togliattigrad), nei quali venivano costruiti modelli di automobili usciti dalla produzione interna (la 124, la 600, ecc.). Ancor oggi la Piaggio costruisce i motoscooter Vespa ed altri in India. Del resto, in Italia, dagli anni ’50 si era conosciuta una considerevole delocalizzazione interna, dal Nord al Sud, con scarsi risultati perfino nel settore delle imprese pubbliche (all’epoca il 40 per cento dell’ economia), obbligate per legge a concentrare a sud di Roma il 60 per cento dei nuovi investimenti ed il 40 per cento degli investimenti complessivi. Gli esempi citati riguardano essenzialmente imprese di grandi dimensioni: ma la realtà economica italiana è assai diversa. Il 97,80 per cento delle imprese manifatturiere ha meno di 50 addetti; di queste l’82,90 per cento ne ha addirittura meno di 10 ( è la dimensione media più bassa d’Europa, ma non ha valenza necessariamente negativa; Ferrari e Ducati sono imprese medio-piccole, eppure sono campioni del mondo: parva sed pulchra!). Per questo diffuso tipo di microimprese, il processo di globalizzazione ha avuto rilievo essenzialmente come internazionalizzazione dei propri prodotti – spesso di nicchia – alla quale da tempo lo Stato aveva posto attenzione sia con strutture (l’Istituto per il Commercio con l’Estero, ICE) sia con strumenti (ad esempio le garanzie statali per i crediti all’esportazione fornite dalla società pubblica SACE). L’economia classica collocava la produzione vicino alle materie prime ovvero vicino al mercato del consumo: niente di più falso oggi, se si pensa – ad esempio – al fatturato dell’arte orafa fine in Italia (la metà della produzione mondiale), dove non si estrae un grammo d’oro e dove la domanda proviene per oltre la metà dai paesi ricchi del Medio Oriente. 2 MAURO GIUSTI L’ubicazione dei complessi produttivi segue al giorno d’oggi altri impulsi: l’efficienza della logistica e dei trasporti; il peso fiscale; la quiete sindacale; soprattutto, il costo del lavoro. Le delocalizzazioni delle imprese italiane (grandi, medie e in qualche caso medio-piccole, queste talvolta raggruppate in consorzi o in distretti produttivi a tassazione solidale) sono state prevalentemente del tipo low cost seeking, fondato sulla ricerca della riduzione del costo della manodopera e si sono addensate statisticamente in settori produttivi a non alto valore aggiunto, con una forte presenza nelle filiere dell’abbigliamento di qualità (tessili e calzature). Oltre alla grande industria, quasi trent’anni fa ha iniziato a delocalizzare la piccola e media industria della Toscana (pellami, calzature, stoffe di medio livello); quindici anni dopo, ma più massicciamente, la media industria del Veneto (Venezia), che aveva già esperienze in loco di internazionalizzazione della produzione, col ricorso alla abbondante manodopera frontaliera della attuale Slovenia, con essa confinante. Il bisogno era sempre quello di comprimere i costi, grazie allo spostamento all’estero della parte più manuale ed elementare delle fasi produttive. Tenendo in disparte la quiete dei sindacati dei lavoratori (i rinnovi biennali dei contratti collettivi provocano scioperi che neanche il governo di centrosinistra riesce a scongiurare), quanto al primo motivo di delocalizzazione, quello dato dal peso delle imposte sulle imprese (che non costituisce l’oggetto dell’odierna tavola rotonda), non posso non riferirmi al continuo aumento della pressione fiscale complessiva sulle persone giuridiche, giunta al livello medio del 36,57 per cento (8 punti percentuali più della Germania; 12 in più della Francia; 22 in più della Slovenia; 40 in più della Tunisia), dovuto in parte ad una perversa applicazione dell’Imposta Regionale sulle Attività Produttive anche sul costo del lavoro (che è indeducibile dalla base imponibile), con effetti disastrosi sulle aziende labour intensive. Oggi il carico dovrebbe alleggerirsi per le imprese in media di quasi 5 punti percentuali, per l’effetto delle riduzioni denominate “cuneo fiscale”, introdotte con la Legge finanziaria per 2007. Ma il gap resta sensibile, specie con i paesi aventi flat tax. La ricerca dal minor costo del lavoro tout court è invece spinta non da alti livelli salariali dei lavoratori italiani, ma dal costo complessivo del lavoro, gravato a carico dell’impresa quasi di un altro 50 per cento per i contributi parafiscali, il cui importo garantisce l’alto livello del welfare in Italia (assistenza medica, farmaceutica e ospedaliera gratuita per tutti; assicurazione pubblica per gli infortuni sul lavoro; pensioni a 60 anni finora all’80 per cento dell’ultimo stipendio, concesse insieme ad un’indennità di fine rapporto pari ad un mese di salario per ogni anno lavorato; 30 giorni lavorativi di ferie all’anno). L’ ESPERIENZA ITALIANA DI DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA ALL’ ESTERO TRA INCENTIVI E DISSUASIONI 3 Sono queste le principali ragioni che hanno determinato lo spostamento delle fasi lavorative ad alta concentrazione di manodopera verso paesi con abbondanza di lavoratori non specializzati a basso costo (il costo orario di un lavoratore è in Italia di 19 Euro, in Romania di 1,50 Euro), iniziando da paesi non eccessivamente distanti dalla “casa madre” e verso i quali c’era già una delocalizzazione puramente commerciale in espansione. Esemplifichiamo: la Toscana, che è la più grande delle regioni peninsulari, ha trasferito la sua produzione calzaturiera di medio livello (quella di èlite è rimasta, così come nella Regione Marche: Tod’s; Hogan, ecc.) in Tunisia ed in Marocco, parzialmente per i prodotti migliori di quella fascia, totalmente per quelli scadenti (i sandali estivi per il mercato tedesco); il Veneto invece ha prescelto la Romania (prima dell’UE) ed in particolare la provincia occidentale di Timisoara (dove esisteva un’antica tradizione tessile) per decentrare il proprio “Sistema Moda” sia dell’abbigliamento (Benetton; Stefanel; Marzotto; Diesel, ecc.) sia delle calzature di ogni tipo (compresi gli scarponi da sci): su 800.000 lavoratori rumeni occupati nelle 15.000 imprese italiane in Romania, 150.000 operano in quel distretto industriale, di cui 1.500 nel solo stabilimento della Geox. Ma sono presenti anche AGIP, IVECO, Zoppas. Il modello ricalca quello statunitense degli anni ’60 - ’70 nei paesi meridionali del NAFTA, con l’intero processo produttivo delegato all’estero, mantenendo in patria l’ideazione e la progettazione del prodotto, nonché il design, la finitura e il controllo finale di qualità, per evitare perdite di immagine della marca. Prima di esprimere un giudizio su questo imponente fenomeno (adesso in rallentamento, alla ricerca nel medio periodo di locations più lontane e più convenienti nell’Estremo Oriente e nel Sud Est asiatico), occorre delineare le formule giuridiche usate per realizzarlo. Si va dalla semplice importazione di prodotti finiti realizzati all’estero su licenza ad un vero outsourcing realizzato ricorrendo a subfornitori stranieri; si hanno forme di partenariato, sia con reali partnership sia col franchising; rare sono le joint ventures e anche l’offshoring, ottenuto con l’acquisizione ex novo di imprese mediante investimenti durevoli all’estero (IDE) Ma il 90 per cento delle delocalizzazioni delle piccole e medie imprese è avvenuto con il sistema del TPF (Traffico di Perfezionamento Passivo), consistente nell’esportazione di materie prime o semilavorate (le tomaie e le suole delle scarpe, da assemblare), con garanzia di riacquisto e quindi di reimportazione del prodotto se la lavorazione è stata perfettamente eseguita. Da qui la seconda osservazione tributaria del nostro discorso: questo tipo di traffici presuppone la neutralità doganale, con azzeramento dei dazi (assoluto 4 MAURO GIUSTI per tessili, pellami, calzature), come si è verificato con i paesi del Trattato del Magreb e con quelli dell’Europa Orientale, ancor prima che divenissero membri dell’Unione europea. Della delocalizzazione della produzione si è interessata la legislazione italiana fin dal 1990, con la L. 100 (modificata nel 1998 e nel 2000) che ha istituito la Società Italiana per le imprese Miste all’Estero (SIMEST), a capitale azionario prevalentemente pubblico (76 per cento), per promuovere e garantire gli investimenti durevoli all’estero e anche partecipare al capitale (fino al 25 per cento per un massimo di 8 anni) di società produttrici costituite all’estero da soggetti italiani, sostenute anche con finanziamenti pubblici per le attività delocalizzate. Questa società finanziaria di partecipazioni gestisce dal 1999 quasi tutti gli aiuti per le imprese italiane all’estero, specie nei paesi extra UE, potendo elevare la sua temporanea partecipazione diretta in alcune imprese fino al 50 per cento se si tratta di costituire dei veri e propri “parchi industriali”, nei quali siano accolti in forma organizzata gli investimenti all’estero di capitali italiani. Prolungando gli effetti della legge Ossola del 1977, la società SIMEST agevola anche la semplice penetrazione commerciale (che spesso precede la delocalizzazione) mediante crediti all’esportazione e favorisce la partecipazione a gare internazionali per l’aggiudicazione di commesse, oltrechè ad agire per il sostegno del made in Italy. Con la legge 57/2001 è stata ulteriormente promossa la partecipazione in società miste costituite all’estero, incrementando gli incentivi per l’internazionalizzazione delle imprese, questa volta soprattutto medie e piccole (art. 21). Infine, due più recenti leggi, la 56/05 e la 80/05, hanno incrementato la concessione di aiuti per la delocalizzazione fuori dalla UE, la prima delle due concentrandosi in paesi selettivamente individuati come prioritari dal Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (che opera adesso presso la Presidenza del Consiglio), con ausili erogati secondo studi di fattibilità e prolungati qualora la provvista dei mezzi sia assicurata dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI) o dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS); è stata anche data una delega al governo per riordinare gli enti operanti per la promozione degli interessi italiani all’ estero (4 ministeri e vari enti pubblici), unificando i fondi disponibili (comma 932 della Legge finanziaria 2007). Questa prima legge ha anche istituito un numero imprecisato di “Sportelli unici” nei paesi di maggior interesse commerciale ed imprenditoriale per l’Italia, cioè degli uffici pubblici polivalenti per garantire ed ampliare il sostegno alle imprese italiane operanti in quei luoghi mediante consulenze ed orienta- L’ ESPERIENZA ITALIANA DI DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA ALL’ ESTERO TRA INCENTIVI E DISSUASIONI 5 menti di parte pubblica, anche sotto forma di tutela legale delle imprese e dei loro diritti di proprietà industriale ed intellettuale. Uno dei fini principali della legge (art. 5) consiste nella creazione in loco di strutture permanenti di specifico supporto alle produzioni italiane “di qualità”, le uniche la cui collocazione sui mercati non risente del rafforzamento dell’euro. Sorprendentemente, la seconda delle leggi del 2005 citate, la n. 80, immediatamente successiva, prevede anche clausole di salvaguardia alla delocalizzazione d’impresa, stabilendo che tutti i benefici fin qui descritti (che permangono) non si applicano a quelle imprese che, investendo all’estero, non mantengano sul territorio nazionale la direzione commerciale e le attività di ricerca e di sviluppo, “nonché una parte sostanziale delle attività produttive”. Dispone inoltre la L 80/0580 che le imprese italiane che abbiano investito all’estero e abbiano l’intenzione di reinvestire in Italia, godranno delle stesse agevolazioni e degli incentivi che le leggi riservano alle imprese straniere che investano o delocalizzino in Italia. Siamo in presenza della previsione di una vera e propria contro-delocalizzazione, provocata dai primi sintomi di crisi dell’ occupazione qualificata derivante dall’esodo delle aziende ed attuata con una norma restrittiva tesa ad arginare la fuga delle unità produttive ed a premiarne il rientro, usando di veri e propri disincentivi. Questa evoluzione normativa non è così contraddittoria come sembra: più semplicemente mette in risalto le due facce della delocalizzazione, che è virtuosa quando liberamente sostituisce una produzione nazionale con una produzione straniera, mentre è dannosa se provoca contraccolpi all’occupazione, soprattutto a quella qualificata, cosa che avviene quando dal trasferimento di parte degli stabilimenti si passa ad una “rilocalizzazione” nello stato estero dell’intera catena produttiva, per la convenienza di riposizionare l’intera azienda in un contesto di fattori competitivi analogo a quello interno di venti o trenta anni fa. Ciò è avvenuto nei casi nei quali la “casa madre” resta simbolicamente in Italia col suo marchio, ma il processo produttivo si è spostato per l’80 per cento all’estero, coinvolgendo nell’esodo il marketing strategico e parte del lavoro progettuale, che è iniziato a diminuire in modo rilevabile (il 2 per cento in meno). Se da un lato la delocalizzazione d’impresa è sembrata ridurre i flussi di immigrazione (ma l’effetto è dubbio quanto agli immigrati che non lavorano), dall’altro incrementa le importazioni (dei beni finiti) e deprime il Prodotto Interno Lordo complessivo, cui vengono sottratti i salari esteri ed in gran parte i profitti esteri, che colà rimangono. Da qui la tentazione di un protezionismo di ritorno o di un neo-protezionismo per fronteggiare l’eccessiva fuga delle imprese: un espediente vincolativo da parte della politica, che non capisce il multi- 6 MAURO GIUSTI forme fenomeno ma percepisce il disagio che esso provoca nell’elettorato (in Francia il tema è stato oggetto della “campagna” presidenziale). Nella particolare esperienza italiana, è assai difficile tracciare un confine netto tra delocalizzazione virtuosa e delocalizzazione viziosa, per giustificare misure pubbliche tese a sventare l’impoverimento del tessuto economico nazionale. Per quanto concerne il rilevante Sistema del Made in Italy, nei settori dell’abbigliamento ed accessori (si pensi alla Luxottica che è il massimo gruppo mondiale per gli occhiali da sole) e dell’arredo casa (mobili, cucine, divani, oggettistica ornamentale, piastrelle di ceramica, ecc.), la delocalizzazione ha dapprima concesso alle aziende più dinamiche un vantaggio competitivo considerevole, subito dopo ridotto parzialmente dall’avere reso più semplici (anche con la troppo facile vendita delle medesime macchine utensili a chiunque) le falsificazioni di tali prodotti di qualità, sia nelle forme dell’imitazione grossolana sia in quelle delle raffinate copie fraudolente, ambedue assai lesive di questo settore trainante dell’economia, che esporta ancora benissimo, nonostante l’aumento dell’euro, a causa di una domanda consolidata, e cresce se non nel numero dei beni sicuramente nel loro valore, grazie ai moltissimi nuovi ricchi del mondo ed alle tantissime fashion victims. Il poco tecnologico sistema produttivo italiano, dopo anni di arresto, ha ripreso a collocare sui mercati mondiali questi prodotti di pregio a media tecnologia (con qualche punta nell’alta tecnologia), maturando la valutazione dei paesi emergenti non solo come piattaforme produttive (e centrali di contraffazione), ma anche come mercati di sbocco per i beni finali prodotti in Italia o all’estero. Dalla delocalizzazione “stracciona” si è giunti così ad una produzione decentrata market seeking. L’apparato produttivo del paese ha cioè finalmente compreso il vantaggio di operare con filiere produttive decentrate all’estero, che agiscano in nicchie di qualità sempre più numerose: una delocalizzazione offensiva (che comprende la penetrazione sul mercato locale perché in espansione) accanto a quella difensiva (il minor costo per sopravvivere). Il terzo ed ultimo riferimento tributario riguarda il trattamento fiscale dei profitti da delocalizzazione. Premesso che le fabbriche delle società locali sono giuridicamente indipendenti dalla casa madre, gli utili distribuiti restano prevalentemente nel paese straniero, che li assoggetta alla sua fiscalità (minore) e non rilevano per la casa madre italiana. Qualora rifluiscano in società italiane subiscono un trattamento fiscale del tutto equivalente a quello dei redditi delle società di fonte interna (legge delega 80/2003 e decreto legislativo 344/2003, modificato dal decreto legislativo 247/2005). Solo se il percettore fosse un socio imprenditore persona fisica, la tassazione avverrebbe sul 40 per cento dell’utile, al massimo con un acconto L’ ESPERIENZA ITALIANA DI DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA ALL’ ESTERO TRA INCENTIVI E DISSUASIONI 7 del 12,50 per cento sul dividendo defalcato dell’imposta straniera (cosiddetto “netto frontiera”). Se la somma è negativa, si configura un credito fiscale. La materia è regolata anche (ad es. con la Slovacchia) da singoli Accordi reciproci contro la doppia imposizione: ma il grosso degli utili resta imputato al soggetto estero del gruppo e all’estero rimane, se non è allettato a rientrare da condoni sulla materia valutaria (il riuscito “scudo fiscale” dello scorso governo, che ha tassato al 2,50 il rientro dei capitali). In sintesi, l’aliquota di questa imposta sulle società è al 33 per cento (ma non è la sola: vi si aggiunge quella sulle attività produttive) ed esistono molti casi particolari (per esempio si può configurare un consolidato mondiale del gruppo), i quali non rendono tuttavia più conveniente la tassazione degli utili da delocalizzazione, che in sede fiscale non sono favoriti. Non essendo un sociologo, nulla posso dire sulle conseguenze sociali della delocalizzazione delle imprese all’estero: tuttavia mi accorgo dello sfruttamento della manodopera malpagata e maltrattata e mi accorgo anche dell’esportazione dell’inquinamento da produzione, che ha raggiunto livelli terrificanti nei paesi emergenti. Poiché la possibilità di questi abusi non durerà all’infinito, la delocalizzazione d’impresa dovrà elevarsi a livello di sistema, di visione macroeconomica strategica: la scelta di sola convenienza aziendale, a livello microeconomico, la delocalizzazione cosiddetta imitativa (del vicino) non avranno vita lunga. Si guarderà ancora al vantaggio del minor costo ma accanto a quello delle maggiori vendite, ampliando il parco dell’offerta: gli Stati Uniti non hanno rivali nella redditizia delocalizzazione dei servizi, specie nella logistica, dove l’Europa è assente. Nella globalizzazione avrà successo la specializzazione, se azzeccata e duratura e quindi guidata dalla politica economica e non soltanto dalle singole scelte aziendali.

venerdì 10 novembre 2017

I danni fatti dal PD contro gli Italiani

Da circa tre anni, tre anni e mezzo, i signori della sinistra, evidentemente pensando che gli italiani siano tutti minus habens, ovvero coglioni, vanno ripetendo, un giorno sì e l’altro pure, nelle interviste ai giornali o nei talk-show televisivi, la seguente filastrocca: Berlusconi ha governato per vent’anni il Paese; e se esso è ridotto male, se è in ginocchio, se cresce poco e perde costantemente competitività, la colpa è solo sua.
Ecco, in un paese normale, nessun politico s’azzarderebbe a dire bubbole di tal fatta: apparirebbe spregiudicato, immorale e del tutto inaffidabile. In Italia, invece, dove gli elettori sono di bocca buona, di memoria corta e soliti parteggiare per gli o per gli altri in modo del tutto acritico, esattamente come fanno con la propria squadra del cuore ogni sacrosanta domenica, ciò è possibile. E, siccome lo è, diventa necessario fare ciò che altrove sarebbe del tutto superfluo: occuparsi di tale vicenda, innanzitutto, sbugiardare lor signori, poi, e ricordare quali e quanti danni, infine, essi abbiano arrecato al Paese.
Gli anni di governo del centrodestra e del centrosinistra
Il primo governo Berlusconi è stato in carica dal 10 maggio 1994 al 17 gennaio 1995: 8 mesi. Il secondo governo Berlusconi, dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005: 3 anni e 10 mesi. Il terzo, dal 23 aprile 2005 al 17 maggio 2006: un anno ed un mese. Il quarto, ovvero l’ultimo, dal 7 maggio 2008 al 16 novembre 2011: 2 anni e 6 mesi. Totale: 8 anni ed un mese. Negli ultimi venti anni.
Il primo governo di centrosinistra della cosiddetta Seconda Repubblica fu quello presieduto da Lamberto Dini: appoggiato dal Pds, da Rifondazione comunista e dal Ppi, è stato in carica dal 17 gennaio 1995 al 17 maggio 1996. Ovvero: 1 anno e 4 mesi. Il primo governo Prodi è stato in carica dal 18 maggio 1996 al 21 ottobre 1998: 2 anni e 5 mesi. Il primo governo D’Alema, dal 21 ottobre 1998 al 22 dicembre 1999: un anno e 2 mesi. Il secondo governo D’Alema, dal 22 dicembre 1999 al 25 aprile 2000: 4 mesi. Il governo Amato (II), dal 25 aprile 2000 all’11 giugno 2001: un anno ed un mese. Il secondo ed ultimo governo Prodi, invece, è stato in carica dal 17 maggio 2006 al 7 maggio 2008: 2 anni. Totale: 8 anni e 4 mesi.
Il centrodestra, dunque, negli ultimi vent’anni, ha governato 8 anni ed un mese. Il centrosinistra, invece, se si tiene conto anche del governo Dini, 8 anni e 4 mesi; se si esclude quest’ultimo, e non v’è ragione di farlo, 7 anni esatti.
Domanda. Visto che il centrosinistra ha governato più del centrodestra, com’è possibile che i signori del Pd abbiano l’ardire di affermare l’esatto contrario? Quale forma di rispetto mostrano nei riguardi degli italiani, a partire da chi li vota?
A voi la risposta.
Leggi ad personam varate dal centrosinistra
Una delle innumerevoli storielle che i signori della sinistra vanno raccontando, è la seguente: Berlusconi è stato l’unico politico della storia repubblicana ad essersi cucito addosso leggi ad personam; prima che arrivasse lui al potere, infatti, mai ne era stata varata una. Una sesquipedale balla.
Per ragioni di brevità, qui si ometterà di riportare tutte (ovvero: dalla prima all’ultima) le leggi ad personam di cui ha fruito l’autoproclamatosi “tessera numero 1 del Partito democratico”, l’ingegner Carlo De Benetti (editore de La Repubblica e de L’Espresso); il cui fratello è stato finanche senatore dei Ds. Basterà citarne solo tre: il tentativo di svendita (a suo favore) della SME da parte di Romano Prodi (all’epoca, Presidente demitiano dell’IRI); la legge Visentini sui registratori di cassa; la svendita delle frequenze della telefonia mobile grazie alla quale, l’Ingegnere, ebbe a creare l’Omnitel facendo uno dei migliori affari della propria vita.
Veniamo alla “ciccia”. La prima legge ad personam di cui si è giovata, in tempi relativamente recenti, la sinistra, è stata l’amnistia del 1990 (all’epoca varata dal Presidente della Repubblica in quanto rientrava ancora tra le potestà di quest’ultimo). Senza di essa, buona parte della classe dirigente dell’ex Pci, a cominciare da Massimo D’Alema, sarebbe finita irrimediabilmente in galera, causa finanziamenti illeciti (nazionali ed esteri) percepiti in nome e per conto del partito. È un fatto noto a chiunque abbia una certa età. Ma del tutto sconosciuto alla stragrande maggioranza, se non alla totalità, delle persone che abbiano un’età ricompresa tra i 20 e i 30 anni.
Passiamo oltre.
La storiella secondo cui Berlusconi sarebbe l’unico ad essersi fatto leggi su misura, diventa ancora più grottesca se si tiene conto di un fatto: nella cosiddetta Seconda Repubblica, il primo ad aver preteso il varo di una legge ad personam, per sfuggire a qualche grana giudiziaria, non fu il Cavaliere, ma Romano Prodi, nel 1997. A raccontarlo, una persona non certo sospettabile d’essere berlusconiana, l’ex magistrato e parlamentare del Pci e poi del Pds, Ferdinando Imposimato:
«Il PM Geremia, con l’avallo del Procuratore Coiro, chiese il rinvio a giudizio per abuso di ufficio dell’ex Presidente del Giudizio Romano Prodi, quale ex Presidente dell’IRI (…). Nel frattempo il governo presieduto da Prodi approvò, con l’appoggio del Ministro della Giustizia suo difensore (Giovanni Maria Flick, ndr), una nuova legge che modificava in senso restrittivo l’abuso in atti di ufficio; ed il Presidente Prodi venne assolto perché il fatto non sussiste; ma la legge era ad personam(…)».
Questa fu la prima legge ad personam varata nella Seconda Repubblica. La prima. Evidentemente destinata, lo dice il sinistro Imposimato, a parare le terga a Prodi.
L’ultima, invece, è stata approvata giusto qualche mese fa, quando al governo c’era Mario Monti, e aveva la funzione di tutelare un mammasantissima del Partito democratico: Filippo Penati. Con essa gli sono stati cancellati, dalla sera alla mattina, 3 dei 7 capi d’imputazione gravantigli sul capo. Un cadeux di cui, a sinistra, nessuno s’è scandalizzato.
Dunque, se è fuor di dubbio che Berlusconi abbia fatto ricorso ad innumerevoli leggine ad personam, e più di chiunque altro, è altrettanto indubbio che non sia stato il solo; e che la sinistra abbia sempre fatto altrettanto per avvantaggiare sé e i propri amici.
Attendiamo, ovviamente invano, che se ne scusi; o, quantomeno, che eviti di impartire lezioni di morale ad altri non avendone i titoli.
Vent’anni di tasse e di sfracelli economici
Diciamo subito che, negli 8 anni e 4 mesi in cui ha governato il Paese, la sinistra ha fatto pochissime cose buone; essenzialmente due: 1) ha garantito, rispetto al centrodestra, una migliore tenuta dei conti pubblici; 2) ha liberalizzato qualche comparto economico. Punto e basta.
Il resto è stato solo: tasse, tasse e tasse. Non a caso, gli elettori non hanno mai voluto ch’essa governasse per due legislature di fila (come non l’hanno voluto per il centrodestra).
Ora, siccome è impossibile ricostruire vent’anni di sfracelli economici (e non) fatti da lor signori, richiederebbe molto tempo e spazio, per ragioni di brevità ci si limiterà a considerare quelli principali.
1) La peggiore imposta esistente in Italia, per giudizio unanime, è l’Irap: essa fu voluta ed introdotta da Romano Prodi nel 1997. Nulla è riuscito a danneggiare il sistema imprenditoriale italiano quanto questo balzello. Per il quale, nessuno, a sinistra, ha mai chiesto scusa.
2) Se la spesa pubblica, a livello regionale, al pari del debito, ad un certo punto è esplosa, lo si deve, per giudizio unanime, alla sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra. A parte Renzi, che ne ha preso le distanze (ma solo in parte), nessuno, a sinistra, se n’è mai scusato.
3) Fino a qualche anno fa, la stragrande maggioranza delle Regioni, delle Province e dei Comuni era saldamente nelle mani del centrosinistra. Va da sé, quindi, ch’essa sia la principale responsabile anche dello spaventoso incremento delle addizionali locali registratosi negli ultimi lustri: «negli ultimi vent’anni le imposte nazionali sono raddoppiate, e i tributi locali sono aumentati addirittura cinque volte. Letteralmente esplosi. Tanto che negli ultimi dodici anni le addizionali Irpef regionali e comunali sono cresciute del 573%, ed il loro peso sui redditi è triplicato, arrivando in alcuni casi oltre il 17%» (Mario Sensini, Corriere della Sera, 21 luglio 2013). Nessuno, a sinistra, se n’è mai scusato.
4) La sinistra, a parte incrementare esponenzialmente il prelievo sul ceto medio e medio-alto, provocandone la proletarizzazione (si pensi ai danni arrecati dalla riforma delle detrazioni e delle deduzioni e da quella delle aliquote varate con la Finanziaria 2007), non hai mai fatto alcunché di significativo per le classi meno abbienti e, come se non bastasse, ha ignorato del tutto la questione rappresentata dalla povertà assoluta. Al contrario, il che potrebbe sembrare assurdo, del centrodestra: che alla povertà assoluta ha pensato di dare qualche risposta con l’innalzamento ad un milione di lire (516 euro) delle pensioni minime; con la no tax area; e con la tanto vituperata (a sinistra) social card. Ora, se la sinistra non si preoccupa di emancipare le persone dall’indigenza assoluta, né fa qualcosa di rimarchevole per mettere in moto i cosiddetti “ascensori sociali” (a parte qualche modesta liberalizzazione), ma passa le giornate a litigare e a cercare solo il modo per impoverire i cosiddetti ricchi (comunicando, così, ai poveri: non farò mai alcunché perché anche voi possiate esserlo; diverreste, altrimenti, miei nemici), a cosa cacchio serve?
5) Negli ultimi vent’anni ha dimostrato di non aver mai reciso il legame con gli ambienti dell’eversione rossa e dell’antagonismo movimentista. Due esempi su tutti: la notevole quantità di ex Brigatisti Rossi cui si è peritata di trovare un posto di lavoro (inclusa la carceriera di Aldo Moro); il fatto di aver intestato un’aula del Senato, come primo atto della legislatura 2006-2008, a Carlo Giuliani. Atti vergognosi dai quali, a sinistra, nessuno, nemmeno Renzi, ha mai preso le distanza scusandosene.
6) L’Italia è allo stremo, prossima alla morte, per l’eccessivo peso fiscale, la ridondante presenza dello stato, la diffusa cultura keynesiana ed antiliberale che alberga a sinistra quanto a destra, e una crisi economica internazionale che ne ha accentuato i pluridecennali problemi. E, però, il Paese ha iniziato a mostrare segni di cedimento, ed è entrato in recessione tecnica, prima che accadesse ad altre nazioni anche per la politica economica, fiscalmente assassina, portata avanti dall’ultimo governo Prodi. A dirlo, i dati economici riguardanti il Pil del secondo trimestre 2008 e la disoccupazione in crescita nel primo trimestre di quello stesso anno. Roba interamente ascrivibile alle pessime politiche realizzate allora dal centrosinistra. A dirlo, poi, il professor Luca Ricolfi, notoriamente uomo di sinistra (06/03/2008):
«Il segnale più negativo è il rallentamento della crescita, iniziato nei primi mesi dell’anno anche «grazie» alla prima Finanziaria del governo Prodi, che fin dall’estate del 2006, con il Documento di Programmazione Economico-Finanziaria, aveva manifestato l’intenzione di correggere l’andamento dei conti pubblici pagando il prezzo di una riduzione del tasso di crescita del Pil (0,3 punti in meno, pari al 20% del tasso di crescita previsto).
Un brusco stop allo sviluppo
Tutto lascia pensare, però, che il prezzo che l’Italia ha dovuto pagare sia maggiore: la stima di 0,3 punti di Pil di contrazione della crescita è decisamente più bassa di quelle prodotte dai centri di ricerca non governativi, e comunque era basata su un mix di aumenti di imposta e riduzioni di spesa che poi è peggiorato nella versione finale della legge finanziaria (gli aggravi fiscali dovevano coprire un terzo della manovra, ma sono saliti a circa due terzi in corso d’opera). È probabile che quella scelta ci sia costata una decina di miliardi di euro, più o meno le risorse che ora si stanno freneticamente cercando per affrontare la «questione salariale» ed evitare lo sciopero generale minacciato dai sindacati. Al momento (inizio 2008) non si conosce ancora il tasso di crescita del Pil nel 2007 (mancano le stime del 4° trimestre), ma già sappiamo che la produzione industriale è in forte rallentamento, la produttività continua a ristagnare, le aspettative delle imprese per i prossimi mesi non sono buone.
Una massiccia pressione fiscale
Il secondo segnale negativo riguarda i mezzi che sono stati usati per ridurre il deficit. Certo siamo tutti felicissimi di essere finalmente rientrati nei parametri di Maastricht, ma la vera domanda è: qual è il prezzo che abbiamo pagato per raddrizzare la barca?
La risposta è sconsolante. Poiché non si è trovato il coraggio di ridurre la spesa pubblica, si è fatto ricorso alla comoda via degli aumenti della pressione fiscale (di 1,7 punti fra il 2005 e il 2006, di ulteriori 1,1 punti fra il 2006 e il 2007). Il miglioramento dei conti pubblici nel 2007 è stato ottenuto essenzialmente grazie a tre grandi operazioni: l’aumento dei contributi sociali, il conferimento forzoso del Tfr all’Inps, l’aumento selvaggio delle tasse locali. E questo massiccio aumento del prelievo fiscale – come da manuale – ha frenato la crescita e aggravato i bilanci delle famiglie (…).
Famiglie sempre più in difficoltà
Un’occhiata alla serie storica dell’indagine Isae sui bilanci familiari mostra che nel 2007 il numero di famiglie in gravi difficoltà economiche ha raggiunto il punto massimo da quando esiste l’indagine (ossia dal 1999). La necessità di ricorrere ai risparmi o far debiti per quadrare il bilancio era aumentata considerevolmente nei primi anni di introduzione dell’euro (specie fra il 2002 e il 2003), poi – nel corso del 2006 – era leggermente diminuita, ma nel 2007 è tornata di nuovo a salire e nella seconda metà dell’anno ha toccato il massimo storico».
Si potrebbe continuare con moltissimi altri esempi ma il post è già troppo lungo e in pochi arriverebbero a leggerlo fino in fondo. Dunque ci si ferma qui.
Il punto è che i nostri problemi, che ci trasciniamo dalla fondazione della Repubblica, e non dall’altro ieri, negli ultimi vent’anni si sono pesantemente aggravati: avremmo dovuto avere politiche economiche radicalmente liberali, che consentissero al Paese di reggere al meglio la sfida della competizione globale, e ne abbiamo invece avute di keynesiane e stataliste esattamente come ai tempi della Prima Repubblica.
La colpa è anche, o soprattutto, della sinistra. Se questa, però, si limita ad attribuirne la responsabilità al centrodestra, senza pronunciare plurimi mea culpa e come se negli ultimi vent’anni non avesse mai toccato palla, dimostra solo di essere inaffidabile ed impresentabile anche più della coalizione berlusconiana.

Il che è tutto dire.

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