La svendita del nostro patrimonio

di PIERO BEVILACQUA
E’ già accaduto che l’Italia si sia trovata in condizioni di gravi difficoltà
finanziarie, gravata da un considerevole debito pubblico. Anzi, si può dire che
il nostro Stato-nazione sorge, nel 1861, su una montagna di debiti contratti per
sostenere le nostre guerre d’indipendenza. L’Italia, dunque, nasce indebitata,
ma per ragioni ben diverse da quelle dei nostri anni. E tuttavia, allora come
oggi, i gruppi dirigenti pensarono di trovare una soluzione mettendo in vendita
il nostro patrimonio: in quel caso il vasto complesso dei demani ereditati dai
vari Stati regionali. Si trattava di un immenso complesso di terreni ed
annessi che si pensò di vendere ai privati per risanare le esauste casse del
pubblico erario.
Come ha ricordato una giovane storica, Roberta Biasillo, sulle pagine del
manifesto (3 aprile 2012 ) contro questa scelta si levò la voce di un
giurista
dell’Italia liberale, Antonio Del Bon, che in un
“manifesto“ del 1867 elencava con grande saggezza e competenza le ragioni che
sconsigliavano la vendita del nostro patrimonio immobiliare. Egli consigliava,
al contrario, di offrire ai privati le terre demaniali con un contratto di fitto
venticinqunnale, così da non prosciugare i capitali di chi investiva, stimolando
al contrario l’utilizzo produttivo dei terreni e lasciare tuttavia i demani in
proprietà dello Stato, quale « Tesoro della Nazione… un tesoro produttivo
indefinitivamente
.>> da conservare anche per le future
generazioni.
Ora, a consigliare di non vendere i nostri beni pubblici, ma di utilizzarli
in altro modo per abbassare il livello del nostro debito, concorrono più ragioni
che è bene non dimenticare. Innanzi tutto – e questo è noto anche agli uomini
del governo – nell’attuale situazione di mercato l’operazione si configurerebbe
come una vera e propria svendita. E ciò a prescindere dalla riuscita tecnica
dell’operazione. L’obiezione secondo cui tramite un fitto di lungo periodo la
somma che lo Stato incasserebbe sarebbe insufficiente, ha scarso valore, perché
questo accadrà comunque. Vendere beni pubblici è difficile. E il rischio che lo
Stato corre è di privarsi di un immenso patrimonio, con manufatti anche di
grande valore, ricavando alla fine somme irrisorie.
Questo è accaduto anche negli anni ’60 dell’ 800. Come ha ricordato Biasillo,
nel 1872 l’allora ministro delle Finanze Quintino Sella dichiarò alla Camera
che dalla privatizzazione di beni il cui valore era 700.798.613 di lire, lo
Stato aveva incassato solo 277 milioni. Non diverso esito si è avuto dalle
vendite recenti. Dalle ultime due operazioni di cartolarizzazione del ministro
Tremonti, a fronte di una privatizzazione di beni per 16 miliardi di euro, alle
casse dello Stato ne sono arrivati solo 2. Ma occorre richiamare alla memoria
una lezione storica che vale perfettamente anche per il presente. Tutte le
esperienze di vendita di beni, sia statali che ecclesiastici, lungo l’intera la
storia nazionale, mostrano un effetto che costituisce una costante per così dire
perversa di simili operazioni. Esse producono un generale rafforzamento
dell’attitudine redditiera dei privati e deprimono, di converso, l’ardimento
imprenditoriale e l’attitudine al rischio. E’ un fenomeno elementare, facile da
comprendere anche per gli economisti neoliberali. Chi esborsa un significativo
capitale per l’acquisto, è poi in genere restìo a impegnarsi in ulteriori
investimenti di valorizzazione produttiva. E’ facile immaginare che la vendita
creerebbe una nuova manomorta in mano privata e sottrarrebbe capitali
all’iniziativa imprenditoriale.
La convenienza a non vendere e a utilizzare i beni pubblici, come sosteneva
Del Bon, quale “prospettiva di credito stabile e duraturo” trova oggi una
singolare conferma nella recente esperienza della Finlandia , alle prese con
gravi problemi di finanza pubblica. Come ha ricordato il primo ministro
conservatore di quel paese, Jyrki Katainen, in una intervista a
Der Spiegel
del 13 agosto – ne ha riferito
Repubblica lo stesso giorno –
anziché vendere i loro beni, i finlandesi li hanno utilizzato come pegno per
l’emissione di nuovi titoli pubblici. Tale operazione ha ottenuto una notevole
riduzione degli interessi sul debito, con un risparmio pari al 10% del Pil in un
breve periodo di tempo. «Non dimenticheremo mai questa istruttiva esperienza”
(
We will never forget this formative experience), conclude
Katainen. Operazione dunque di grande interesse per noi, considerando che, in
fatto di patrimonio immobiliare, la Finlandia non è certo l’Italia.
E qui veniamo ad un altro punto di riflessione. E’ vero che nel novero di
“beni pubblici” sono comprese tipologie molto varie di strutture e manufatti,
anche di scarso valore storico-artistico e malamente utilizzati. Le
amministrazioni locali spesso non conoscono gli immobili di cui sono
proprietari, o che appartengono allo Stato, e pagano talora lauti affitti ai
privati – come ha ricordato Paolo Berdini sul
manifesto del 10 agosto
- per ospitare scuole od uffici. Ma, fatte le debite distinzioni, occorre
ricordare a tutti – ai nostri governanti, al nostro ceto politico, agli
economisti e ai giornalisti che scrivono di temi economici – che i beni pubblici
dell’Italia non sono i demani postunitari, né gli immobili della Finlandia. I
nostri sono i beni ricadenti nei confini di un paese che, secondo l’Unesco,
racchiude il 60% del patrimonio artistico dell’umanità. Dobbiamo perciò
chiederci: case del rinascimento, chiese sconsacrate, castelli, monasteri,
ville, palazzi signorili, devono finire in mani private? Ma quelle opere non
solo hanno un valore artistico in sé, come singoli manufatti. Essi sono spesso
legati a una più larga trama urbana e territoriale e compongono, nel loro
complesso e nel contesto del nostro paesaggio, la bellezza dell’Italia, la sua
fisionomia e la sua identità nel mondo. Quindi la sua ricchezza inalienabile
presente e futura. Quella ricchezza che nessuna
mirabilia tecnologica
può riprodurre, che non può essere minacciata dalla concorrenza delle
manifatture cinesi o indiane, ma che oggi, paradossalmente, può essere distrutta
dall’interno, dal ceto politico di governo.
Molti di quei beni racchiudono il nostro passato, la nostra memoria , la
trama della nostra storia e del genio nazionale. E allora ? Devono perdere la
loro natura e fisionomia di bene comune, di patrimonio collettivo, essere
smembrate e accaparrate da mani privati, magari da coloro che nell’ultimo
ventennio hanno fatto le loro fortune nelle scorribande piratesche della finanza
deregolata?
C’è infine una ulteriore ragione di opposizione all’alienazione del nostro
patrimonio. Una ragione sociale rilevante, che occorre mettere in campo contro
la liquidazione della nostra identità e della nostra storia. Come ha ricordato
Ugo Mattei, molti di questi beni, nel corso di numerosi decenni, sono stati
restaurati, hanno ricevuto tutela e manutenzione grazie all’intervento pubblico
e quindi con il supporto della fiscalità generale. Dunque essi sono giunti sino
all’attuale stato grazie al concorso materiale di tutti gli italiani. E’
evidente che essi appartengono a tutti noi, non solo come lascito della nostra
storia, ma come frutto del nostro lavoro e dei nostri risparmi. Chi dà
legittimità morale e politica di vendere il nostro passato a un pugno di uomini
che nessuno ha eletto, che dureranno qualche mese alla guida del paese? E per
ripianare quale debito? Gli uomini della Destra storica, che misero in vendita
il demanio, dovevano ripianare le spese sostenute per liberare con le armi
l’Italia e realizzare l’unità del Paese. Ma oggi? Il nostro debito è
pubblico perché grava su tutti noi, ma le sue origini sono
prevalentemente
private. Oggi dovremmo svendere il nostro patrimonio
per rimediare a oltre 40 anni di privilegi del ceto politico regionale e
nazionale, agli affarismi clientelari dei gruppi di potere, a costose “grandi
opere”, alle facilitazioni alle grandi imprese (in primis e per decenni, alla
Fiat), al complice lassismo fiscale dei vari governi, perfino alle spese di
guerra ( dai Balcani all’Afghanistan) in violazione della nostra
Costituzione?
Eppure, tale strada segna un grave errore politico dell’economicismo
neoliberista . Questo ambito della manovra del governo attuale – ma anche di
quelli che nel prossimo futuro dovessero muoversi sulla stessa linea –
costituisce una grande occasione culturale e politica per la sinistra italiana.
Perché laddove verrà minacciata la vendita ai privati di manufatti importanti di
un determinato territorio, sarà possibile attivare la reazione popolare in
difesa di beni e monumenti che costituiscono, in tanti casi, il pregio e
l’identità di un luogo. Non solo sarà possibile vedere all’opera Italia Nostra,
il Fai ecc. che metteranno in evidenza il valore del singolo manufatto, ma sarà
l’occasione per rendere le popolazioni più vivamente consapevoli dei patrimoni
singolari che fanno la fisionomia del loro comune, del loro borgo, del loro
quartiere urbano. E le lotte in difesa di questi speciali beni comuni, contro la
loro privatizzazione, costituiranno l’occasione per mostrare ad aree sempre più
vaste di opinione pubblica il fondo miserabile della cultura capitalistica del
nostro tempo. Alla furia privatizzatrice del ceto politico neoliberista sarà
possibile contrapporre l’idea di una società che difende i beni pubblici della
bellezza, dell’identità dei luoghi, della memoria storica, della condivisione
comune degli spazi del vivere sociale.
Perché, infine, anche quest’altra drammatica differenza va segnalata, tra i
padri della patria che nell’ ’800 vendevano i demani e gli attuali governanti.
Quegli uomini avevano un’idea dell’Italia che volevano costruire. I nostri
governanti, tecnici di lungo corso del capitale, annaspano nel caos che essi
stessi hanno contribuito ad alimentare. Il termine
futuro, che ritorna
ossessivo nei loro discorsi, è come la parola luce in bocca ai ciechi, che
invocano ciò che non vedono, testimonia lo smarrimento di ogni idea del nostro
possibile avvenire. Nessun’altra prospettiva emerge dalle loro parole, se non
rendere tutto il vivente perfettamente vendibile. La futura società che essi
riescono a prefigurare non è che un pulviscolo di individui e di presidi privati
tenuti insieme dagli scambi monetari. Per questo, difendere i nostri beni
artistici, il patrimonio collettivo della nazione, consentirà di mostrare
ancor più nitidamente il nulla verso cui marciano questi fautori della crescita,
il cui unico orizzonte è quello di sciogliere la società nell’acido del
mercato.